Asia Files
26 Giugno Giu 2013 1224 26 giugno 2013

Scrivere in giapponese, nell'era digitale

Niente più calamaio, pennello e fogli di carta di riso. Niente più ore passate a scrivere ossessivamente tratto dopo tratto i kanji, i caratteri di origine cinese essenziali anche nella scrittura giapponese. Oggi la mano del calligrafo lascia spazio al completamento automatico dei software di scrittura di tablet smartphone e pc. Dalla tecnica alla tecnologia.

Uno studente scrive sul suo tablet. Foto credits: scmp.com

A riportare l'attenzione sulla questione sono gli stessi giapponesi: c'è chi difende la diffusione dei device di ultima generazione e chi la aborrisce. C'è chi nell'opinione pubblica rivendica un potenziamento delle capacità di memoria e una maggiore apertura nei confronti delle lingue straniere e chi invece grida alla perdita di patrimonio culturale.

«Scrivere bene i caratteri a mano non serve più come un tempo», dichiara al South China Morning Post Matsumoto Naoko, direttrice del dipartimento di diritto internazionale alla Sophia University di Tokyo. Matsumoto, è una dei paladini della gioventù tecnologica: oggi - prosegue - i ragazzi scrivono meglio di una volta. Sono più abituati a scrivere - via Twitter ad esempio - e a farlo in modo semplice e comprensibile.

I metodi di scrittura su supporto digitale hanno indubbiamente agevolato la comunicazione, non solo qui in Europa. Basti pensare al sistema di scrittura del sol levante che fa uso - combinato- di tre diversi ordini di caratteri. Oltre ai kanji, i pittogrammi a cui corrisponde un singolo significato, si aggiungono lo hiragana, composto da segni grafici dal puro valore fonetico, utili a declinare un singolo carattere come verbo o aggettivo o avverbio, e il katakana usato per la scrittura in sillabe delle parole di origine straniera. Con la tecnologia, oggi ai giapponesi basta digitare sulle tastiere la parola per come si pronuncia e scegliere tra i molti omofoni il carattere corretto.

In Giappone, come in Cina e Taiwan, conoscere i caratteri rimane però di vitale importanza. Se per gli stranieri è basilare per riconoscere un negozio da un ufficio pubblico, o un piatto su un menù, per i giapponesi è una questione quasi di prestigio, soprattutto sul lavoro. Per leggere un quotidiano o un libro, ad esempio, bisogna conoscere almeno 8mila caratteri. «Spesso mi succede di dimenticarmi di un carattere mentre scrivo una ricevuta a un cliente», spiega ancora al South China Morning Post, Matsumura Akihiro, neolaureato impiegato in un grande magazzino di elettronica. «Mi ricordo i tratti, ma mi sfugge la forma...».

Una dichiarazione che farebbe impallidire i puristi del carattere. «Senza pratica quotidiana», spiega al quotidiano di Hong kong un assistente in una scuola di calligrafia di Pechino, «si dimentica anche il carattere più semplice».

Ma chi teme che i caratteri siano destinati a scomparire si sbaglia. Secondo il South China Morning Post, infatti, ogni anno circa due milioni di giovani giapponesi si sottopongono a un test di memoria di caratteri. Il loro fascino rimane nella loro concisione e, al contempo, nella loro complessità. Una delle invenzioni giapponesi più influenti degli ultimi secoli è stata lo haiku, che in pochi caratteri disposti in tre versi riusciva ad evocare sensazioni complesse, mondi interiori.

Dopo tutto, spiega un altro studente 24enne al quotidiano in lingua inglese, i kanji non servono solo sui social network dove ci sono limiti di caratteri. Semplicemente, «sono stupendi».

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