Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
27 Giugno Giu 2013 1709 27 giugno 2013

Identità spaesate attraversano il Fringe di Napoli

Del Fringe di Napoli, costola vivacissima del Napoli Teatro Festival, avevo già scritto, elogiando due spettacoli presentati nell’ambito di questo vero e proprio “festival nel festival”, organizzato con impeccabile maestria dall’Associazione Interno5.
Voglio tornarvi, per qualche altra considerazione. Ad attraversare le proposte artistiche – almeno quelle che ho visto – si può cogliere, come sotterraneo filo conduttore, un tema ambiguo quanto asfissiante: quello dello “spaesamento”. Il Fringe, si sa, dà spazio soprattutto a formazioni giovani e giovanissime di tutta Italia, quindi lo spaccato che offre non è solo “artistico” ma anche generazionale, ossia antropologicamente interessante. E mi sembra di poter dire, allora, che la sensazione che si ricava, dopo aver assistito a otto spettacoli del programma, consente di trarre qualche conclusione: parziale, faziosa, e certo ipersoggettiva, ma forse adatta a fotografare un momento, uno stato, una tendenza. Dicevo, dunque, lo “spaesamento”: ovvero quell’essere stranieri in patria, oppure centrifugati in una realtà difficile da agguantare e controllare. La generazione che si racconta in teatro è una pasoliniana “generazione sfortunata”, costretta a mille gabole pur di sopravvivere, bisognosa di punti di riferimento, di identità. Proprio la faticosa ricerca di una identità, dunque, potrebbe essere il sottotitolo al (mio) percorso Fringe 2013.
Di Krisiskin e Amleto? ho già scritto: anche in quei casi vi si legge, e smaccatamente, nel primo il racconto-denuncia del neonazismo diffuso in Italia come risposta alla crisi identitaria; nel secondo la dialettica identificativa con il principe del dubbio e dell’inazione di un uomo e una donna non così dissimili, emotivamente, dai personaggi shakespeariani.

Ma non solo. In Me-She-It, di Muxarte, piccolo lavoro in forma di teatrodanza, una coppia fa i conti con identità di genere, giochi di ruolo e di coppia; in Tre Sorelle, di Senzafissadimora Teatro, ci si confronta – in modo ancora troppo scolastico, pur nella bravura delle interpreti – in un didascalico esercizio con Checov, ridotto all’osso, tentando così di ritrovar se stessi nel confronto con il classico.

Alle “radici” collettive si aggrappa disperatamente anche La Iatta Mammona, esperimento ritual-antropologico (che però non evolve) di Terry Paternoster e Collettivo Internoenki, che scava non senza ironia nella memoria popolare anni quaranta/cinquanta pugliese, tra devozione, superstizione e disperazione.

Nell’intellettualismo sterile scivola malamente, invece, Roberta Nicolai con Hikari Produzioni, che porta in scena L’Uomo senza contenuto (parte di un trittico chiamato, appunto “dello spaesamento”): evocato Giorgio Agamben nelle note di sala – ormai frequentato come drammaturgo di tendenza più di Shakespeare – e citato Musil, l’ansia di riflettere su se stessi, e sul proprio stare al mondo, porta la regista a uno stucchevole, sostanzialmente inutile e compiaciuto format in cui i protagonisti non fanno altro che cambiarsi maglietta o vestito, lanciando nel vuoto frasi filosofiche assolute, senza capo né coda, quasi fosse uno dei tanti film francesi sul tema.
Ma proprio questa ansia condivisa di focalizzare il sé è il problema: nell’impossibilità di stare al mondo, non resta che riflettere su chi siamo, e che facciamo.

È il caso, allora, dell’apprezzato duo Carullo-Minasi che presenta la Conferenza tragicheffimera – sui concetti ingannevoli dell’arte. Con un paio di alucce sulle spalle, la figurina di Cristiana Minasi si lancia in un feroce, poetico, surreale, grottesco, comico, tragico, inutile, futile monologo in cui si intrecciano Kantor e la scuola dalle suore, Platone e i costumi di scena, Gordon Craig e la condizione de teatro italiano. In questa ironica, quanto spietata, seduta di autoanalisi, l’attrice-autrice e regista pone la domanda: stare seduti o prendere le ali? Questione personale e privata, quanto pubblica e, di fatto generazionale, cui è più difficile di quel che sembra rispondere. Per quel che mi riguarda, la Conferenza tragicoeffimera mi ha spiazzato, ma non convinto del tutto: tra perplessità e dubbio - a fronte dell'entusiasmo e della condivisione del pubblico presente - preferisco sospendere il giudizio, o rinviarlo a una nuova visione, per capire meglio cosa ho visto e sentito.

E sempre sul filo di una identità “bastarda”, irrisolta, irruenta e in evoluzione, gioca quello che era l’atteso spettacolo finale del Fringe di Napoli: L’anima buona di Lucignolo (nel ventre del pescecane) di Nerosesamo. "Operetta dark", questo il sottotitolo, di un lavoro che vede impegnati tre ottimi cantanti-interpreti, Enzo Attanasio, Luca Saccoia (anche regista), Mario Zinno, in un clima da musical primonovecentesco, decadente e amaro. La storia, evocata dal ricordo di un vecchio domatore che è un donchisciotte sfinito, incrocia quella di Pinocchio e del suo amico Lucignolo trasformati in asini e venduti al circo da un ambiguo "omino di burro". Tra canzoni swing, jazz e ballate popolari che piacerebbero a Capossela (le musiche orginali, eseguite dal vivo, sono di Luca Toller), il lavoro riesce senza dubbio a evocare bene un mondo, a raccontare la fatica di crescere, il dolore di amare. E Lucignolo – questo impertinente, questo mariuolo – emerge con scontrosa forza. Ma il lavoro drammaturgico di Claudio Lauri si inceppa nel finale, sembra irrisolto, si accartoccia e gira a vuoto: ma certo, visto lo spessore, nelle prossime repliche il lavoro troverà un suo assetto migliore.

Eppure anche in questa incapacità di risolvere, di chiudere, forse, si vede quello “spaesamento”, quel non sapere dove andare che non è solo degli spettacoli, ma di una generazione, di un popolo, di un paese ormai allo stremo.

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