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27 Giugno Giu 2013 0331 27 giugno 2013

San Antonio perde la Nba, c’è chi dà la colpa al coach

Lo scorso martedì 18 giugno si è disputata a San Antonio gara-6 della finale dl basket Nba. Sul campo ha vinto la squadra di Miami 103-100 dopo un tempo supplementare, ma per alcuni osservatori ha in realtà perso la squadra di casa, il cui allenatore Gregg Popovich ha commesso errori gravi a raffica nell’ultimo minuto del tempo regolamentare, all’inizio del quale San Antonio vinceva 94-89 ma che è terminato in parità 95-95.

Se San Antonio avesse vinto quella partita, avrebbe conquistato il titolo per la 5ª volta dal 1999, sempre con Popovich in panchina. Invece Miami ha portato la serie a gara-7, che si è disputata il seguente 20 giugno a casa sua, in Florida, dove ha vinto 95-88 conquistando il 2° titolo consecutivo.

A criticare Popovich sono stati, su la Gazzetta dello Sport del 20 giugno, Dan Peterson e Massimo Oriani. Entrambi hanno stigmatizzato il fatto che, nell’ultimo minuto, San Antonio non avesse in campo il suo centro Tim Duncan per scelta dell’allenatore, e questo avrebbe permesso ai giocatori di Miami di conquistare 2 rimbalzi decisivi cui sono seguiti 2 tiri da 3. Inoltre, per evitare quei tiri, San Antonio non ha effettuato falli tattici per interrompere il gioco.

Spiega Peterson: «Mi fermo sul canestro da 3 di Ray Allen [...] Ray avrebbe fatto 2-2 nei liberi (ha l’89% in carriera) ma tu stai ancora avanti +1 95-94», mentre lasciando tirare da 3 Allen, il risultato è finito in parità a 95.

Oriani ha poi sfruttato il fatto di essere presente agli eventi come inviato della Gazza, e nella conferenza stampa post-partita ha domandato a Popovich il motivo del mancato fallo. Popovich ha risposto in maniera esemplare: «Questa è una domanda europea. Voi lo fate, noi no».
In questa risposta c’è una differenza abissale di etica e di ragionevolezza, forse addirittura di cultura sportiva, tra chi gioca per vincere e chi per non perdere. Il risultato finale può essere lo stesso, cioè la vittoria (perché in un sistema come quello del basket, senza pareggio, se non si perde significa necessariamente che si vince) ma il modo in cui lo si ottiene è drammaticamente diverso.
Lo stesso Peterson racconta di aver imparato il fallo tattico soltanto dopo essere arrivato in Italia e aver vinto, ma soltanto ai supplementari, 2 partite con l’Olimpia Milano che avrebbe potuto vincere nei regolamentari, se avesse ordinato ai suoi di far fallo.

Popovich, essendo rimasto ad allenare negli Usa, certe cose non le fa. Non gli piacciono. Ma ciò non gli evita di vincere spesso, spessissimo: 905 volte sulle 1˙328 in cui ha condotto San Antonio dalla panchina (fonte Wikipedia) a partire dal 1996. In questo periodo ha portato una franchigia che mai aveva vinto un anello Nba (dice la Wikipedia) a conquistarne 4, nel 1999, 2003, 2005 e 2007.

L’ultima volta che questo successe, si disse che era il canto del cigno di una generazione di campioni, perché le stelle della squadra (Tim Duncan, Manu Ginobili e Tony Parker) avevano già superato i 30 anni d’età, a parte il giovane Parker che all’epoca era soltanto 25enne.
Ma Popovich ha continuato a impostare la squadra su di loro, e nella stagione 2011/2012 ha ottenuto il miglior record della stagione regolare con 50 vinte e 16 perse (la stagione fu di 66 partite invece che 82 per il prolungarsi del rinnovo del contratto collettivo dei giocatori). Si disse che quello era il vero canto del cigno di una generazione di campioni, ormai giunti oltre i 35 anni d’età – favorito dalla durata più breve della stagione. E per non sbagliare la Nba assegnò a Popovich il suo 2° titolo personale di miglior allenatore dell’anno (il 1° lo aveva già vinto nel 2003).
Lui, però, non ci ha creduto molto. E infatti quest’anno ha portato i suoi campioni ancora alla finalissima. Avercene di gente che «sbaglia» così!

P.S. E comunque non sono sicuro che togliere il rimbalzista Duncan nell’ultimo minuto di gara-6 sia stato un errore. Cosa c’era da aspettarsi, infatti, da Miami sotto di 5 in quella situazione? che tirasse da 3, no? E quindi cosa era meglio fare, per impedire i tiri da 3: lasciare in campo un lungo o mettere al suo posto qualcuno che difendesse dal perimetro?
Poi, oh, capita che a segnare da 3 siano LeBron James e Ray Allen, due giocatori che farebbero canestro anche dagli spogliatoi in condizioni normali, figuriamoci nel momento topico di una partita decisiva... a prescindere dal difensore che gli hai messo addosso.
E quindi... be’, è stato un errore di Popovich, o un’aberrazione del modo di pensare di certi osservatori europei...?

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