Fabio Brinchi Giusti
Parlare con i limoni
28 Giugno Giu 2013 1001 28 giugno 2013

Crearsi un futuro malgrado la crisi.

Coetanei d’Italia, prendiamone atto: il mondo è cambiato! E in peggio, purtroppo. Convinciamoci, nel profondo di noi stessi che certe sicurezze per il futuro non esistono più. La Crisi le ha distrutte tutte ed è inutile, ormai, sperare in un loro fantomatico ritorno o peggio lottare per riconquistarle. La storia insegna che il mondo non torna mai indietro, neanche in ciò che era bello e positivo.

Il futuro non esiste più, nelle forme in cui lo abbiamo conosciuto, in cui lo hanno trovato i nostri nonni e i nostri genitori. Dobbiamo farcene una ragione, capirlo bene, rifiutarci anche solo di sognare un qualcosa che non c’è più. All’uomo che guarda sempre all’indietro –dice un proverbio russo– bisognerebbe cavare gli occhi.

La Grande Crisi ha colpito nel profondo, inutile negarlo. Trovo sciocche e offensive certe frasi e certe considerazioni come: “la crisi tira fuori il meglio di noi” o “la crisi è un’opportunità”. Bisogna essere sinceri anche in questo: la crisi è stata una sciagura terribile, un dramma, un incubo che sarebbe stato meglio non vivere e non subire. Ha cancellato diritti che sembrano acquisiti, ha umiliato e umilia tuttora milioni di persone, ha distrutto posti di lavoro, speranze, famiglie. Ogni giorno esce l’ennesimo e ovvio rapporto con il segno meno. Una deprimente discesa verso l’inferno che sembra senza fine.

Però ormai ci siamo dentro. Indietro non si può tornare. Nel bivio ognuno reagisce come può: molti passano tutto il giorno a lamentarsi. Piagnucolando davanti al PC contro il cattivo di turno. Gridare alla rivoluzione, sbavando su una tastiera, aspettando un segno dal cielo che non arriverà mai. Ciondolare per casa senza far nulla e stare con la coscienza a posto, perché tanto è colpa del governo. Qualcuno si impegna, prova, ma alla fine resta costantemente insoddisfatto avvolto dalla nostalgia per i tempi che furono. Altri, i peggiori, si godono la loro eterna adolescenza, senza neanche il peso della scuola, sognando un giorno di far le valigie e partire; come se all’estero stessero tutti con le braccia spalancate aspettando gli Italiani.

E allora che fare?

Io la risposta non c’è l’ho. Ogni tanto, fra la disperazione generale, compare qualche piccola traccia di speranza. Un giovane che c’è l’ha fatta. C’è un tratto che accomuna queste poche storie: la capacità di adattarsi, una grande intraprendenza, una forte testardaggine, un lavoro solido su se stessi alla ricerca del proprio talento, un investimento su se stessi e una costante ricerca del modo migliore per “vendersi” al mondo. Gente che si è fatta e si fa letteralmente il mazzo, che lavora anche 24 ore al giorno, che cerca e ricerca continuamente un modo per ampliare la propria prospettiva.

Secondo me è questa la base su cui potremmo ripartire. Adattarsi, per prima cosa, al nuovo mondo. Chi c’è l’ha fatta, ha il dovere morale di raccontarlo al mondo, senza omettere nulla. Perché solo prendendo esempio da loro e dal loro lavoro, capire come hanno fatto, le loro strategie e i loro errori, possiamo crearci di nuovo il futuro e capire in quale direzione orientare la costruzione dei nostri sogni.

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