Pierluigi Argoneto
Le Argonautiche
4 Luglio Lug 2013 1259 04 luglio 2013

Innovare, con estrema discrezione

Mi hanno chiesto un intervento sul tema “innovazione”. Qui potete leggere perchè è un termine (e forse un concetto) che detesto.

Il concetto di innovazione, così come quello di creatività, è uno dei concetti più abusati negli ultimi anni. Processo che sta lentamente logorando anche altre parole, se d’importazione o autoctone poco importa, quali ad esempio smart e network (qui però tralascio l’analisi, personalissima, sul perché di tale fenomeno).

Un individuo qualsiasi intento a dire cose banali è un individuo che dice cose banali. Se le stesse cose le dice un politico infilandosi un giubbino di pelle, allora è un innovatore. Un ragazzo che urla per strada è un mezzo matto, se lo fa dietro al microfono in sala di registrazione è un innovatore, e così via discorrendo: la pillola innovativa, la scrittura innovativa, il motore innovativo, il blog innovativo.

È possibile recuperare un senso a tale termine? Come nel Monopoli, forse è sufficiente ripartire dal via (senza passare per Parco della Vittoria). La prima traccia di tale concetto, in termini di sviluppo economico, risale alla teoria dell’innovazione elaborata da Joseph A. Schumpeter, economista austriaco vissuto nella prima metà dello scorso secolo.

Per spiegare cosa egli intendesse per innovazione, parte da un paragone semplice e familiare: la vita economica di una regione o di una nazione è come il flusso circolare del sangue all’interno dell’organismo umano, ripercorre continuamente lo stesso cammino. In condizioni normali quindi, l’economia tende a ruotare attorno ad una sorta di punto di equilibrio. Ad un certo punto, però, in determinati momenti storici, accade “qualcosa” che provoca lo spostamento di questo stato da un punto di equilibrio ad un altro, nuovo e diverso dal precedente.

Il passaggio da un equilibrio a un altro esige dunque che avvenga “qualcosa” da squilibrati: ciò che Schumpeter definisce con il termine sviluppo, una perturbazione dell’equilibrio che altera e sposta lo stato di ordine esistente mediante l’introduzione di nuove combinazioni (economiche).

Sempre per una questione di pertinenza semantica, è utile dire che con il termine “nuove” si identificano quelle combinazioni che non emergono mediante adattamenti delle combinazioni precedenti. In altre parole per “nuovo” si intende non un banale riciclo, per quanto raffinato, di elementi noti, bensì qualcosa di completamente diverso rispetto all’esistente. Ecco quindi l’innovazione: essa non è (nient’altro?) che l’introduzione, in un determinato sistema, di nuove combinazioni in grado di segnare la svolta.

L’atto di innovare, viene definito dall’economista con il termine di impresa, mentre i soggetti che compiono questa azione prendono il nome di imprenditori. Pare ovvio che non tutti gli imprenditori siano allo stesso livello, e quindi ci sarà chi riesce ad innovare meglio e prima, e chi è costretto ad inseguire. Secondo Schumpeter, infatti, il processo di diffusione dell’innovazione ha delle caratteristiche simili a quelle delle malattie infettive. In una popolazione di individui c’è chi si ammala per primo, chi in seconda battuta, fino ad arrivare a buona parte della popolazione, per poi lentamente divenire immune (o perché guariti, o perché morti) a quel ceppo batterico.

Facendo dunque un’analogia tra il mondo economico e quello sociale, che poi non sono così scollegati tra di loro, viene da chiedersi come sia possibile realizzare “un’impresa”, andando ad “infettare” la popolazione con idee che segnino discontinuità anche di carattere collettivo, piuttosto che tentare di bloccare un reale percorso di innovazione.

Per semplificare questa analisi, considererò solo due tipologie di individui.

Ai primi è stata da sempre instillata la regola della prudenza: cresciuti con la necessità di essere cauti, all’Università, nel lavoro, nella carriera, nella vita di ogni giorno, a queste persone è stato da sempre insegnato di non indispettire i “potenti” perché “non si sa mai”. A loro è stato sempre consigliato di non criticare troppo nel caso che le vittime di quelle critiche, un giorno, si trovassero in una posizione da dove avrebbero potuto aiutarli, dare loro una bottarella, farli salire di grado. E questa prudenza fino a qualche tempo fa consigliava anche un altro atteggiamento: il rimanere defilati ad aspettare il proprio turno.

Negli ultimi tempi, però, qualcosa è cambiato: oggi è diventato essenziale essere visibili. Il tasso di visibilità fa punteggio nel curriculum: sempre senza indispettire nessuno, sia chiaro, ma il “sapersi muovere bene” è diventato quasi un titolo di studio che vale più di un master. Facendo così, molto spesso, il successo arriva davvero: anche da giovanissimi si possono assumere ruoli apicali a livello politico, amministrativo, universitario e via discorrendo. Ma è un successo così calcolato, vincolato e con un rischio talmente basso che è praticamente impossibile che da esso nasca una vera innovazione. Nessuno Steve Jobs o Machiavelli, per intenderci.

Nessuna rivoluzione, nessuno stravolgimento di idee o linguaggi può accadere in queste condizioni, nessuno spostamento di equilibri. Ciò a cui, nella migliore delle ipotesi, questo atteggiamento può condurre è una banale mano di vernice a ciò che già c’è, a quello che “funziona”, a quello che “fa consenso”. Insomma, per essere innovativo secondo Schumpeter, questo gruppo di persone dovrebbe essere decisamente meno prudente e molto più impudente.

Il secondo gruppo, invece, è costituito da coloro che, per un motivo o per l’altro, si sono trovati, loro malgrado, nelle stanze dei bottoni e ora fanno di tutto per rimanervi. Non per cattiveria, forse semplicemente perché non sanno fare altro. Sono gli interlocutori forzati di chiunque muova un passo in questa società: stiamo parlando dei politici, amministratori, professori universitari, dirigenti di società controllate dal pubblico, giornalisti, chiunque in somma sia in grado, nella nostra Italia, di fare il bello e il cattivo tempo a propria discrezione. Secondo la teoria dei giochi, solo la cooperazione tra questi due gruppi potrebbe restituire la preminenza del “principio del merito” alla nostra società, dandole un impulso radicalmente innovativo e ammodernatore, ma la stessa teoria dei giochi ci insegna che prevale sempre l’interesse egoistico, a meno che quello collettivo percepibile nell’immediato non lo superi in utilità.

Mica facile.

Quindi si ritorna alla necessità di maggior coraggio dei primi, che però possono non avere gli strumenti idonei a “entrare sul mercato” e restare vivi per un tempo sufficiente ad essere incisivi, esattamente come un piccolo imprenditore che dovesse decidere, avendo ipotizzato un prodotto estremamente innovativo, di fare concorrenza alla Apple. Da solo.

Quindi, così come le nuove imprese devono necessariamente fare ricorso agli istituti di credito affinché si renda loro possibile introdurre una reale innovazione, così nella società sarebbe necessario individuare e fomentare delle forme innovative (pardon) di “coraggio creditizio”, affinché l’innovatore possa trovare spazio e fiducia nell’ambiente in cui si muove, non venendo necessariamente confuso con il dozzinale cazzeggiatore.

http://pierluigiargoneto.wordpress.com/

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