Simone Guidi
Temporalia
4 Luglio Lug 2013 0628 04 luglio 2013

Quei giovani che non meritano l'Italia



Un paio di giorni fa il blog del Corriere della Sera “Solferino 28 anni” ospitava un intervento intitolato “Questa Italia non merita i giovani”. A parlare è un migrante 25enne, Manuel, trasferitosi in Australia dopo una triennale in economia alla Cattolica di Milano per fare lo chef, memore dei suoi studi all'alberghiero. Manuel racconta la sua storia: molti, troppi colloqui inutili dopo la mini-laurea e infine la risoluzione per l'abbandono dei luoghi natii.

Ora parla e scrive come un ragazzo realizzato, e probabilmente lo è, giacché a suo dire (e gli crediamo) la dipartita dall'Italia gli ha permesso di sentirsi «vivo, parte di qualcosa di grande», e di scoprire «la sensazione più bella che si prova quando si lavora», cioè «sapere che a fine settimana/mese/anno in tasca […] i dollari che ci sono ti permettono di fare più di quello che potevi immaginare». Un'esperienza rivelatoria che, prosegue il post, «si dovrebbe urlare fino allo sfinimento ai migliaia di stageur sparsi per il Bel Paese che con lauree da 110 e lode, master, specializzazioni varie, e quasi 30 primavere o più» chiedono sostegno ai genitori.

Ma il discorso di Manuel si spinge più in fondo. A parer suo, quello che a molti appare come un gesto di coraggio, abbandonare le proprie radici e cercar fortuna in terra straniera, è quanto di più lucido i giovani possano fare. In un paese – questo è il punto – «che i giovani non li merita».

Sembra all'opposto meritarli chi li accoglie, in questo caso l'Australia, che Manuel descrive così: «dopo che ho iniziato il mio incarico ufficialmente […] mi sono comprato una bella macchina, tre mesi dopo alle prime ferie me ne sono andato a Phillip Island, sulla Great Ocean Road, sei mesi dopo sono stato nella capitale Sydney [in realtà è Camberra, NdB] e poco dopo sull’isola della Tasmania. In tutti questi viaggi ho visitato dei luoghi indescrivibili con opere naturali e dell’uomo mozzafiato, e un dettaglio non da poco di questi viaggi è che non sono mai stato in un ostello o in accampamenti di fortuna, io me ne andavo nei migliori hotel, mi spostavo in elicottero e non mi è mai venuto in mente di pensare che non potessi permettermi qualcosa».

Fatti, insomma, pragmatiche certezze; soprattutto economiche. Se non fosse che gli argomenti di Manuel non convincono fino in fondo. Pur senza negare la gravità estrema della condizione giovanile in Italia, viene da chiedersi: è del tutto immune da confusioni e facilonerie pensare che questo paese non merita i giovani? A rigor di logica non sarebbe più corretto ritenere che siano piuttosto i giovani a non meritare questa Italia?

D'altra parte, pur senza giudicare le scelte di vita di Manuel, vale a parer mio la pena di sottolineare come discorsi simili vadano a attingere a un immaginario culturale affine a quello che ha trascinato – e continua a trascinare – questo paese allo sfacelo. La realizzazione, così piena, di cui parla Manuel è pensata e descritta nei medesimi termini – del tutto mercificatori – che hanno tramutato il mercato del lavoro nostrano in una terra di nessuno, un far west dove i soli detentori di un potere d'acquisto e di negoziazione dettano le regole. Ora Manuel è soddisfatto perché ha potuto acquistare la macchina dei suoi sogni, trascorrere le vacanze dove desiderava, frequentare hotel di livello: insomma, arruolarsi dalla parte di quelli che dispongono e usufruiscono, che non ricorrono a «ostelli o accampamenti di fortuna», che non ipotizzano neppure «di non potersi permettere qualcosa», e che soprattutto possono vantarsi di non venire a compromessi costanti con l'ambiente circostante.

Ma quella che descrive come la sua realizzazione somiglia molto da vicino alla concrezione di un guscio: Manuel sembra infatti scambiare l'indipendenza economica con l'indipendenza tout-court, e forse addirittura con la libertà. È per questo, forse, che arriva a pensare che un paese che non ripaga immediatamente – e in contanti – i suoi sacrifici non lo merita, senza viceversa comprendere che è già il solo fatto di essere in grado di costruire un futuro prospero che umilia i suoi sforzi giovanili, quando essi provano a radicarsi in un paese che, pur di restare immobile, ipoteca in partenza le sue prospettive, svalorizza il suo talento, e soprattutto non fa delle sue fatiche una risorsa per il contesto che lo circonda. Giacché questo fa principalmente dell'emigrazione un gesto coraggioso, verso il quale, così posto, non si può provare alcuna riserva: andare in cerca di un luogo dove poter contribuire.

Già, perché – a ragione – non si spiega in base a quale diritto un'intera società, un intero pianeta, dovrebbero offrirsi come il teatro di quel successo tutto personale, fatto di vacanze, macchine, hotel, elicotteri, aperitivi, che Manuel descrive. Al contrario non temo di dire che preferisco immaginare me e i miei coetanei ad arrangiarci – come tante altre generazioni che in passato hanno affrontato gravi difficoltà – tra ostelli, accampamenti di fortuna, macchine scassate, ristoranti da due soldi, ma al contempo riuscire a imprimere una variazione, una direzione, un'impronta, all'ecosistema in cui viviamo.

Perché «la sensazione più bella che si prova quando si lavora», non è forse solo quella di avere i soldi in tasca. E in fondo quello che manca nel discorso di Manuel è la più triste delle evidenze: che il fallimento a cui sta andando incontro il paese è di portata meno economica che sociale, e ciò che le statistiche rubricano come un crisi occupazionale è ancor prima il sintomo di una generazione che non ha saputo, o peggio non ha neppure voluto, fare una rivoluzione nel senso più profondo del termine.

Un fallimento che l'emigrazione al grido di “non ci meriti”, spiace dirlo, ma conferma in pieno.


Simone Guidi
@twsguidi

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