Fabio Brinchi Giusti
Parlare con i limoni
5 Luglio Lug 2013 2025 05 luglio 2013

Un mostro chiamato delocalizzazione

La chiamano delocalizzazione. La delocalizzazione, scrive il vocabolario Treccani, è lo “spostamento di un impianto industriale da un paese a un altro in cui la manodopera è più a buon mercato.” Non c’è regione dell’Occidente che non sia stata toccata da questo fenomeno.
I grandi stabilimenti industriali, piccole città produttive abitate da centinaia e centinaia di piccole formichine industriose, chiudono e se ne vanno nei Paesi del Terzo Mondo, dove i lavoratori pretendono di meno e si accontentano di avere pochi diritti e stipendi di poche centinaia di euro. La lista dei cimiteri della produzione è lunghissima e spesso segna anche siti efficienti e di alta qualità.

La delocalizzazione sembra qualcosa di inevitabile. Concretamente nessuno ha mai cercato davvero di contrastarla. La politica è troppo debole, i singoli governi nazionali –qualora volessero agire– sono impotenti, le grandi organizzazioni internazionali disinteressate. Nessuno ne parla: Marx è morto, gli operai e le fabbriche sono argomenti novecenteschi e la lotta di classe non va più di moda. Ma il non parlarne, non significa affatto che certi fenomeni non esistono più. Anzi se un tempo c’era una speranza di miglioramento, oggi quella speranza è morta e sepolta.

Ancora oggi, però milioni di persone vivono grazie alle grandi fabbriche. Contando anche l’indotto, l’economia di intere province ruota intorno ad esse. C’era un tempo, in cui i lavoratori erano anche orgogliosi di far parte di quella grande industria, rivendicavano l’aver fatto nascere, con le proprie mani, quel marchio e quel prodotto. Oggi non è più così. Quel marchio è un nemico, la grande fabbrica è un mostro che dorme. Tutti sanno che la delocalizzazione, prima o poi, busserà.

Talvolta, per ammorbidire lo scandalo, la chiusura di molte fabbriche avviene goccia a goccia. Si licenziano prima alcuni settori, si fa scendere la qualità del prodotto, si evita qualsiasi politica d’investimento, qualsiasi piano industriale di rilancio. Uno stillicidio che rende il sito sempre più inefficiente e fornisce alla multinazionale una scusa accettabile per chiudere.

Una fabbrica che prima o poi delocalizzerà è una fabbrica, di fatto, che torna indietro di secoli. Il sindacato è inerme e spesso chiude gli occhi, temendo che l’inasprimento della lotta sociale fornisca solo scuse al padrone. Le istituzioni, nel raro caso in cui siano presenti, cedono e concedono qualsiasi richiesta “per salvare i posti di lavoro”. Gran balla perché comunque i posti di lavoro saranno perduti.

Nel caso in cui qualcuno, un singolo o un gruppo, voglia concretamente contrastare questo fenomeno, tutte le armi sono spuntate. Nei piani per la delocalizzazione, l’azienda mette già nel conto il prezzo di scioperi e manifestazioni. Talvolta contatta, in anticipo, ditte esterne per fare il lavoro che non faranno i suoi operai quel giorno. Il boicottaggio dei prodotti raramente funziona: la gente è indifferente a questi problemi e aderisce a queste battaglie sull’onda dell’emozione, giusto qualche giorno per stare a posto con la coscienza e poi se ne dimentica. Ma spesso neanche il boicottaggio funziona: le multinazionali di oggi cercano il profitto nei giochini dell’alta finanza e non nei consumi al dettaglio. Se questi crollano ma in Borsa tutto va bene, loro se ne fregano.

Il lavoratore delocalizzato è un uomo umiliato: rinuncia a lottare per i suoi diritti, rinuncia a qualsiasi pretesa, lavora il doppio del previsto prendendo la metà dello stipendio, nell’ingenuo e disperato desiderio che “facendo il bravo”, salverà il posto di lavoro. È un uomo sfinito e depresso: il suo mestiere non è un piacere, è dominato dall’ansia e dalla pressione psicologica perché ogni minimo errore può essere fatale e portarlo nella terribile lista dei disoccupati. Teme le malattie e se arrivano, finché può tenta disperatamente di continuare a lavorare.

E la sua ansia si ripercuote sulla sua famiglia, sui sogni dei suoi figli, sulle ambizioni, sulle vacanze, sugli investimenti. Nella tragica attesa di un licenziamento che, prima o poi, arriverà una famiglia delocalizzata rinuncia a tutto, mette da parte quello che può, cicale rassegnate a preparare un gruzzolo per sopravvivere per quando la fabbrica sarà chiusa. Vite in balia di un dio cattivo e sadico, indifferente e stronzo, servo di un profitto che non basta mai a contentare la sua cupidigia. La chiamano delocalizzazione ma è solo una grande ingiustizia.

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