L'Itabolario
10 Luglio Lug 2013 1650 10 luglio 2013

A casa

Anni fa Guido Viale - storico leader di Lotta continua torinese e poi ambientalista e intellettuale - scrisse un bel libretto dal titolo "A casa". Vi si raccontava, con accenti positivi, il cosiddetto "riflusso", cioè il disimpegno politico seguito agli anni della militanza studentesca e del movimento degli anni Sessanta e Settanta. Un disimpegno che, nel caso di Viale, era in realtà un altro tipo di impegno: sull'ambiente, sui diritti, meno collettivo e più, appunto, domestico.

Ci ho ripensato recentemente per ragioni personali. Ho sempre amato lavorare in casa, svegliarmi e mettermi direttamente al computer e al telefono, spesso anche prima di colazione. Oppure a leggere e studiare. Ma l'ho sempre amato per una ragione precisa: avevo sempre un ufficio dove poter andare!

Gli economisti e gli esperti di lavoro spiegano giustamente che le abitudini di lavoro sono cambiate. In molti settori non ha senso parlare di timbratura, cartellini, orari di lavoro rigidi. Si lavora col computer, spesso con il laptop o addirittura con lo smartphone. Si lavora mentre ci si sposta, mentre si mangia, magari mentre si sta in vacanza. Si lavora con l'estero, ovvero con fusi orari diversi. E dunque si lavora la sera, la notte, e magari la mattina si dorme.

Questa novità ha degli aspetti certamente positivi. Si possono conciliare meglio lavoro e famiglia. Si abbattono i costi e i tempi del trasporto. Spesso si inventano professioni innovative che arricchiscono economia e cultura.

Ma, pensavo, che generazione saremo, sempre più abituati a fare tutto da casa? Usciremo sempre meno per lavorare, ma anche per socializzare (grazie ai vari social) e persino per consumare (e-commerce e consegna a casa tramite internet)? Agli psicologi e ai sociologi la risposta. Certo, il rischio è di scoprirci più soli. Senza neanche la tanto vituperata pausa-caffè in ufficio.

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