Il precario – riflessioni in cerca di editore
15 Luglio Lug 2013 1501 15 luglio 2013

Taranto, la città invisibile

Un tempo culla della civiltà ellenica, oggi Taranto è culla di Cerbero, mitologico mostro dalle fameliche e terrificanti tre teste. Ilva, Raffineria ENI, Cementir, sono queste le tre teste infernali che attanagliano la città dei due mari in un presente statico e infuturibile, nostalgico dei tempi andati.
Sin dagli anni ’60, in cui si edificarono le fondamenta per la costruzione del siderurgico, l’anno zero per i tarantini, la città jonica è stata maltrattata, privata delle sue bellezze naturali, impoverita e ricattata; stuprata da una classe politica che ha permesso la costruzione del colosso siderurgico invece che favorire lo sviluppo del settore turistico. I presupposti c’erano tutti: mare cristallino, sterminate distese di sabbia simil-California, macchia mediterranea tra le più caratteristiche dell’intera Europa, paesaggi spettacolari. Sarebbe stata la soluzione più logica; più logica ma economicamente meno profittevole evidentemente. Un vecchio adagio dice che i soldi non puzzano: a prescindere dall’inquinamento, a Taranto i soldi puzzano e come! Puzzano di marcio, di riciclaggio, di opportunismo politico, di clientelismo, di disagio sociale, di soprusi e ingiustizie. Puzzano di ignoranza e di scarsa sensibilità culturale. Puzzano di paura.
Perché se abiti a Taranto hai paura di recarti in ospedale per fare accertamenti sul tuo stato di salute; in ogni famiglia c’è un malato: leucemie, tumori al seno o alle ovaie, polipi maligni allo stomaco. Uomini, donne o bambini fa lo stesso, la diossina non guarda in faccia a nessuno, non ha coscienza.
Un tempo però non era così, un tempo Taranto era una specie di Eden, un paradiso terrestre bucolico che aveva fatto della pesca e della miticoltura il proprio “core business”. Ettore Toscano, poeta Tarantino, ricorda vividamente il cambio che si ebbe quel maledetto 9 luglio del 1960: “Prima, i bambini che soffrivano di asma o piccoli problemi respiratori li mandavano al rione Tamburi per respirare aria fresca. Ora da qui si scappa”, rammenta commosso il poeta.
I veleni di Cerbero si sono infiltrati in ogni casa tanto da conferirle il tipico colore rosso, sui terreni agricoli e sui suoi frutti, nei corsi d’acqua e nel mare.
Nonostante ciò, le ciminiere sono sempre lì a sputare i loro fumi pestilenziali. Nessuno dice o fa nulla. La città dei due mari cade nell’oblio del menefreghismo e delle menzogne dei nostri politici e amministratori che si inchinano ad imprenditori cinici e spietati, a logiche di mercato che come vampiri succhiano sangue ad innocenti vittime predestinate.
Ma siccome le disgrazie non vengono mai da sole, oltre al danno ambientale e umano c’è anche quello sociale.
Migliaia e migliaia di operai, tra i quali tanti amici, sono in cassa integrazione e molti ci andranno nei prossimi mesi. Al dramma si aggiunge un altro dramma: un dramma sociale che mette in ginocchio migliaia e migliaia di famiglie che dall’Ilva traevano il proprio sostentamento. Questo è lo stupro che il capoluogo jonico e la sua provincia ha subito e che inesorabile continua a subire.
E difficile schierasi, è difficile pronunciarsi in merito alla chiusura o meno dello stabilimento; troppe le variabili da considerare, troppi i destini in gioco. In ogni caso rimarrebbe sempre e comunque un dramma da risolvere, sia esso sociale o ambientale.
Certo è vero che In un paese normale una soluzione al dualismo lavoro/inquinamento si sarebbe trovata. In Italia no: la storia va avanti da oltre 50 anni e chissenefrega se ogni tanto ci scappa qualche morto per tumore; è fisiologico, è così che deve andare in fondo no? Chissenefrega se intere famiglie vedono sfumare i propri sogni perché perdono il lavoro e non sanno come andare avanti. Chissenefrega, parliamo d’altro, parliamo di cose più importanti.
Taranto scompare, sparisce dai TG, sparisce dai giornali sparisce perfino dalle carte geografiche. Diventa invisibile.

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