Banana Markets
16 Luglio Lug 2013 1737 16 luglio 2013

Caro Bernabè, Telecom sembra proprio una bad company

«Questo scorporo non riguarda una bad company, ma al contrario una compagnia dotata di risorse molto importanti e in prospettiva di una redditività per accelerare gli investimenti». È quanto ha detto oggi Franco Bernabè, presidente esecutivo di Telecom Italia, nel corso di un’audizione in Commissione trasporti e telecomunicazioni della Camera. E allora perché Telecom si sta comportando come tale?

Ricapitolando: (per ora) niente scorporo alla luce dei ribassi delle tariffe all’ingrosso per l’affitto delle linee Adsl da parte degli altri operatori e niente trattativa con i cinesi di Hutchinson Whampoa per la fusione H3G, a cui il mercato non ha mai creduto, visto il -34% da inizio anno. Il punto è che con 30 miliardi di debiti e margini in contrazione anche in America Latina, spazio per investimenti ce n’è ben poco. Soprattutto se i soci sono in prevalenza banche e assicurazioni che hanno perso svariati milioni di euro e non hanno nessuna intenzione di continuare a farlo, chi per necessità (Mediobanca) chi per virtù (Generali). 

In buona sostanza, Bernabè ritiene che l’aver abbassato i costi d’affitto della rete in rame disincentivi gli investimenti nella nuova rete in fibra, oltre a portare 100 milioni di ricavi in meno a Telecom. Andando oltretutto contro le linee guida europee. Tant’è che la Germania, di recente, ha alzato il canone sull’ultimo miglio.  

L’Agcom, per bocca del commissario Maurizio Décina che lunedì ha rilasciato un’intervista a Repubblica, replica: «Abbiamo cercato di riportare i canoni a valori che riflettono meglio i costi di rete sottostanti. Il listino Bit Stream, ossia la linea Adsl venduta all’ingrosso, presentava nel 2012 valori certamente elevati rispetto alla media europea. E’ stato effettuato un taglio del 22%, frutto di un diverso meccanismo di calcolo: abbiamo adottato l’orientamento al costo in luogo del precedente criterio di retail minus. Abbiamo poi tagliato del 5% il listino Wlr, ossia il prezzo all’ingrosso della linea telefonica, completando il percorso di riduzione iniziato da questa Autorità con i prezzi Wlr 2012. Infine, il listino Unbundling, che nel 2012 presentava valori in linea con la media europea, è sceso del 6%, ma a calare è stata sostanzialmente la componente di manutenzione, grazie ai guadagni di efficienza che l’Autorità aveva richiesto e che Telecom Italia ha conseguito. Quindi, come si vede, nessun motivo di contrasto con la Commissione Ue». 

A Dècina si può obiettare che l’orientamento al costo è un approccio che altre authorities stanno progressivamente abbandonando. A partire dall’Ofcom, il regolatore inglese che ha deciso di cambiare strategia sulla fibra perché i ritorni garantiti per legge a chi investiva non erano abbastanza attraenti se parametrati al costo medio del capitale (Wacc), cioè del mantenimento della rete in rame nel caso italiano. Il che, come sottolinea l’Istituto Bruno Leoni, implica un cambiamento non da poco nell’approccio alla regolamentazione: «fino a oggi abbiamo pensato alla regolamentazione come a un’attività volta a rettificare – essenzialmente – i problemi concorrenziali determinati dal tramonto dei monopoli pubblici nei servizi a rete; oggi, invece, si giustifica esplicitamente un intervento regolamentare con l’intenzione di orientare in una precisa direzione l’evoluzione del mercato». 

Rebus sic stantibus, la domanda a cui Bernabè dovrebbe rispondere è di natura quantitativa: quanti soldi Telecom deve mettere sul piatto affinché più di un’impresa su 3 (dati Istat) sul territorio nazionale possa navigare a più di 30 mega? E quanti gli Olo (Wind, Vodafone e Fastweb)? E quanti soldi servono per remunerare gli investimenti, al netto degli interessi sul debito?

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