Giovanni Fracasso
Banche, moneta, potere
18 Luglio Lug 2013 0921 18 luglio 2013

Il Portogallo, l’euro e il Marchese di Pombal

La Torre di Belém, alla foce del fiume Tago

All’inizio del mese di giugno ho soggiornato per tre giorni a Lisbona in occasione di una convention finanziaria. La sera e nelle prime ore del mattino giravo la città: dall’Alfama al Bairro Alto, dalla Praça do Comércio alla Torre di Belém. Ho trovato una Lisbona spenta. Triste.
Dai negozianti ai baristi, dai tassisti ai ristoratori, vi era un’unica musica, che non era quella profonda e ammaliante del fado di Amalia Rodriguez. Ma una cantilena, un lamento sulla crisi, sulla depressione economica.
Un tassista mi raccontava che aveva mandato due suoi figli in cerca di lavoro in Brasile, il terzo figlio già da qualche anno lavorava in Inghilterra: in Portogallo era impossibile trovare lavoro. Un altro tassista, più anziano, mentre mi portava sul ponte del 25 Aprile, paragonava l’euro ad una gabbia, ad una nuova dittatura. Nell’Alfama, il pittoresco quartiere di origine araba, vi erano nei vicoli stretti e pieni di scalinate i paraventi della festa per la commemorazione di Sant' Antonio da Padova.

Ma una anziana signora che vendeva bombole di gas per strada inveiva contro il governo, inveiva contro l’Europa, gridava che non c’erano più soldi. Neanche per pagare il gas.

Ovunque manifesti contro la Troika: da quelli grandissimi sul lungomare ai piccoli poster attaccati dappertutto nelle stradine.


In una antica libreria uno dei titolari – grande lettore delle opere di Erri De Luca - mi parlava, con un discreto italiano, della crisi portoghese: “le riforme promesse non hanno portano i risultati sperati, il governo in carica cadrà molto presto”. E poi sottolineava, come a voler produrre una prova inconfutabile: “da inizio anno i libri più venduti sono quelli sulla crisi e sull’uscita dall’euro”.


Quando nei primi giorni di luglio il ministro delle Finanze portoghese si è dimesso ho pensato a tutte quelle voci che avevo raccolto in giro a Lisbona. Le dimissioni del ministro Vitor Gaspar hanno riportato nuove tensioni nella coalizione del governo e hanno fatto infiammare lo spread dei titoli di stato portoghesi: i rendimenti dei decennali hanno superato il 7%. Gaspar era il referente del piano di salvataggio concordato con l’Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale. Il Portogallo infatti è impegnato ad applicare rigide riforme al bilancio per ottenere i prestiti del piano di salvataggio: un pacchetto da 78 miliardi di euro che Unione Europea e Fmi gli hanno concesso nel maggio 2011. Gaspar era colui che stava attuando le ricette imposte dalla politiche di austerity: in tal senso era il “depositario” della fiducia dei mercati e della Troika. Ma il piano di riforme (soprattutto di pesanti tagli al settore pubblico) non ha prodotto i risultati sperati, anzi ha provocato una crescente insofferenza popolare. L’economia portoghese è in profonda recessione, il livello di disoccupazione è molto; la soglia raggiunta dalla disoccupazione giovanile è allarmante: oltre il 40 % dei giovani non ha un lavoro. Come può essere riassorbita tutta questa disoccupazione ? Non era il Portogallo l'esempio virtuoso dei paesi mediterranei?


Quanto sta succedendo in Portogallo, in Grecia e nell’Europa mediterranea dimostra che le politiche di austerity hanno fallito. Lo sottolinea da tempo Paul Krugman dal suo blog sul New York Times. Ma ormai è sempre più evidente anche per i difensori di queste politiche. Sembrerà incredibile ma (finalmente !) il Fondo Monetario si accorge degli errori, non può fare a meno di rilevare risultati al di sotto delle attese, di sottolineare i notable failures: si legga quanto viene affermato nel “Greece: Ex Post Evaluation of Exceptional Access under the 2010 Stand-By”, una sorta di resoconto su quanto è stato fatto dal 2010 ad oggi in Grecia sotto la regia della Troika. Si afferma:


However, there were also notable failures. Market confidence was not restored, the
banking system lost 30 percent of its deposits, and the economy encountered a muchdeeper-than-expected recession with exceptionally high unemployment. Public debt
remained too high and eventually had to be restructured, with collateral damage for
bank balance sheets that were also weakened by the recession. Competitiveness
improved somewhat on the back of falling wages, but structural reforms stalled and
productivity gains proved elusive
”.

Quanto è successo in Grecia si sta ripetendo in Portogallo: non c’è stata ancora la ristrutturazione del debito ma se lo spread continuasse a salire diventerebbe molto probabile. E dopo il Portogallo? La Spagna e poi l’Italia?

Il Portogallo aveva attuato un duro piano di risanamento dei conti pubblici con tagli alla spesa ed un aumento imponente della pressione fiscale. Ma questo piano ancora non è sufficiente: vengono richieste ulteriori riforme e pesanti sacrifici “per rimanere nell’euro”. Come se la Troika avesse una sorta di monopolio sulle scelte di politica economica, come se fosse depositaria di una verità divina. L’austerity è sempre più un dogma.


Un dogma simile a quelli che, nella Lisbona del Settecento, combatteva il Marchese di Pombal, autentico e coraggioso riformatore. Il Portogallo fu uno delgi Stati da cui partì quel moto di riforme che si diffuse poi nell’Europa del XVIII secolo.
Il Marchese di Pombal fu l’artefice della straordinaria ricostruzione di Lisbona dopo il terribile terremoto del 1755. Ma fu anche uno dei più grandi ministri riformatori del Settecento: ridimensionò il potere della nobiltà e dei rentier, incentivò il commercio, riorganizzò le finanze pubbliche. Ridusse l’influenza del clero, che aveva larghi privilegi ma non contribuiva alle entrate statali e, soprattutto si oppose al monopolio ecclesiastico dell’istruzione: il Portogallo fu il primo Stato ad espropriare le ricchezze del potente ordine dei Gesuiti e nel 1759 ne decretò l’espulsione. Venne potenziato il sistema scolastico e si rilanciò l'Università di Coimbra.
Studiando gli archivi del Du Tillot a Parma emerge che nel secondo Settecento tra i ministri riformatori di molte corti d’Europa, come tra gli intellettuali illuministi, si era creata una “rete”. Il vento dei Lumi percorreva e scuoteva l’Europa: le opere di Voltaire e l’Encyclopédie di Diderot e D’Alambert, le pagine del Caffè dei fratelli Verri e di Beccaria, l’economia civile di Antonio Genovesi che nel 1754 a Napoli ottenne la prima cattedra al mondo di economia politica. Era in atto il più grande tentativo di riformare lo Stato monarchico: il Tanucci a Napoli, il Pombal in Portogallo, Pompeo Neri in Toscana, il Du Tillot a Parma ecc. Si creò una “grande rete” che generava ed alimentava quello che lo storico Venturi ha definito, in una sua monumentale opera, il “Settecento riformatore” .

Statua del Marchese di Pombal nella Praça Marquês de Pombal

Nell’Europa di oggi, invece, sono ritornati di moda i dogmi. Si sta allargando sempre più la frattura tra scelte economiche e consenso popolare. Le politiche di austerity non solo hanno aggravato (o addirittura determinato) una pesante recessione economica ma hanno provocato un vertiginoso crollo della fiducia delle popolazioni europee nell’euro. Se vi fosse un referendum sulla permanenza nella moneta unica oggi in Portogallo l’esito sarebbe scontato. In molti Paesi europei, in pochi anni, si è bruciato un grande “capitale”: l’entusiasmo e la fiducia della maggioranza delle popolazioni nella moneta unica.


Chissà cosa farebbe oggi il marchese di Pombal in quest’Europa a guida tedesca che si configura sempre più come una triste “Europa senza Lumi”.

Giovanni Fracasso

Twitter: @Giov_Fracasso

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