Belfagor
20 Luglio Lug 2013 0837 20 luglio 2013

Lo stallo

Non si capisce perché Matteo Renzi dovrebbe smettere di parlare. Per non disturbare le larghe intese, per non sembrare il Primo ministro ombra, per non fare il controcanto.

Se la tenuta dell’alleanza Letta-Alfano dipende dalla frequenza delle dichiarazioni sue o che lo riguardano, c’è da preoccuparsi. È sperabile che le sorti del Paese si reggano su fondamenta più solide. Non sul silenzio del sindaco di Firenze. Non sulla sola determinazione del Presidente della Repubblica al secondo mandato, e al suo secondo esperimento governativo. Non sulla disponibilità a chiudere gli occhi riguardo alle rispettive magagne, cioè sulla collusione dei due maggiori partiti, i quali dovrebbero invece essere tenaci controllori l’uno dell’altro.

...

Ci permettiamo un sobrio e modesto consiglio: «Matteo fregatene, continua a parlare». Non ci saranno terremoti. Chi lo detesta, lo contesti e lo sfidi sul suo terreno. Ben vengano altri Renzi, se sono pronti. A destra, a sinistra, e anche al centro.

Questo scriveva Elisabetta Gualmini sulla Stampa di ieri. Ma il problema non è se convenga o no in assoluto disturbare il manovratore. Occorre pure chiedersi a chi giova il protagonismo eccessivo di Renzi. Se almeno servisse a Renzi, sarebbe già un risultato. Ma non è detto che il presenzialismo a ogni costo rappresenti un vantaggio per il sindaco di Firenze. Il rischio del logoramento per l'immagine c'è e non è trascurabile. Al momento quello di Renzi appare come un protagonismo inconcludente e non è dato sapere se in tempi brevi ci sarà un utile mutamento di scenario. Renzi deve averlo capito (si veda anche l'articolo di Maria Teresa Meli http://www.corriere.it/politica/13_luglio_20/renzi-segreteria-silenzio-tregua_0a571a70-f0fd-11e2-a0d2-06346f734deb.shtml) e per questo ha promesso di tacere. In tal senso aiuta molto di più a capire la difficoltà della situazione attuale il quadro tracciato da Stefano Menichini oggi su Europa.

La novità di giornata è il silenzio stampa annunciato da Matteo Renzi al termine di una torrenziale (ed efficace) serata televisiva. Sui giornali non scriveremo mai tanto di Renzi quanto nei prossimi due mesi, e lui lo sa.

Nei confronti del Pd Letta ha ora un debito, non un credito. Anche qui ha contato soprattutto la voce grossa fatta da Napolitano, ma l’allineamento comunque c’è stato ed è stato quasi unanime. La vicenda kazaka marca ancora più nettamente la divisione dei ruoli che Letta e Renzi devono rispettare. Il primo ha nella capacità di mediazione dentro le larghe intese la sua prova di maturità e un po’ anche la sua condanna: farà fatica, quando sarà il momento, a travestirsi da uomo di battaglia contro Berlusconi.

Il secondo, al contrario, si conferma una micidiale macchina comunicativa. In attesa di potersi
scatenare in uno scontro elettorale, per ora si chiama fuori. Trarrà ogni vantaggio possibile dal rimanere a Firenze in un periodo sicuramente turbolento e difficilmente produttivo. Anche in questa vicenda però ha misurato i limiti angusti della sua influenza politica romana, e forse ha capito che non si può rimanere outsiders per sempre.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook