Africa Calling
21 Luglio Lug 2013 2352 21 luglio 2013

La volata di Froome: dal Kenya al Tour de France

Ieri, quando Chris Froome è salito sul gradino più alto del podio della centesima edizione della Grande Boucle, nel cielo di Parigi è sventolata la bandiera britannica. Eppure, nella storia personale e sportiva, di questo ventottenne c'è molta Africa. A partire dalla sua infanzia. Froome, infatti, è nato nel 1985 in Kenya da genitori di origini britanniche ed è cresciuto a Mai-I-Hii, poco distante dalla capitale Nairobi.

Al villaggio dove il piccolo Froome ha mosso i primi passi sui pedali, racconta il Daily Nation, i ragazzi della squadra dove il campione ha iniziato seguono le sue gesta con trasporto. In particolare, il suo mentore giovanile David Kinjah. “In tutta onestà - ha dichiarato al principale quotidiano del paese – non avrei mai immaginato che quel dodicenne sarebbe diventato quello che è oggi”.

Kinjah non avrebbe mai pensato di vedere il suo ex allievo trionfare alla più importante corsa a tappe del mondo, dopo aver indossato la maglia gialla all’ottava giornata di gara, aver vinto tre tappe (due con arrivo in salita e una cronometro) e aver percorso gli ultimi quindici chilometri della salita del Mont Ventoux, i più difficili, in 47 minuti e 15 secondi, facendo meglio anche di Lance Amstrong (poi squalificato per doping).

Il quarantunenne Kinjah, ex ciclista professionista, è oggi meccanico e, soprattutto, allenatore di una ventina di giovani come responsabile della squadra Safari Simbaz, dove anche Froome ha cominciato. “Ci siamo incontrati nel 1998, quando sua madre – ricorda – mi chiese di allenarlo: era un ragazzo smilzo con tanta energia. La maggior parte dei kenyani pensa che tutti i bianchi siano benestanti, ma Chris allora dovette prendere in prestito una bici da corsa perché sua mamma, che era psicologa ma viveva nell'abitazione dei domestici di una ricca famiglia, non poteva permettersi di comprarne una nuova”.

È questo il periodo che, il fresco campione ricorda quando gli viene chiesto, sul sito della sua squadra, quale sia la sua pedalata preferita. “Andare in mountain bike nella savana kenyana. Ho visto – scherza – mandrie di elefanti e un sacco di altri animali, ma fortunatamente niente di troppo pericoloso”. Erano i tempi, ribadisce il sito personale di Froome, “in cui Kinjah ha acceso in lui la passione per il ciclismo che ha ancora oggi”.

“Era un ragazzo – continua l'allenatore – onesto e coi piedi per terra. Era divertente. Il ricordo più buffo che ho di lui è quando mangiammo insieme delle pannocchie arrostite (un cibo molto comune in Kenya che in lingua swahili si chiama mahindichoma, n.d.r) e tutti i ragazzi neri della squadra erano stupiti che quel cibo piacesse anche a un mzungu (bianco, sempre in lingua swahili)”.

Ieri invece, Froome, si è ritrovato a stappare lo champagne sotto la Tour Eiffel e a festeggiare con i colori del team inglese Sky e un passaporto britannico in tasca.

Dopo essersi trasferito da adolescente a Johannesburg per studiare e aver poi partecipato ai campionati mondiali under 23 nel 2006 e 2007 con i colori del Kenya, la carriera di Froome si è allontanata da Nairobi. Sempre nel 2007, infatti, il passaggio al professionismo è arrivato con il piccolo team sudafricano Konica Minolta.

Dopo essersi aggiudicato i primi traguardi, però, Froome ha visto la sua squadra fallire e così è passato, l'anno successivo, all'inglese Barloworld, dove ha partecipato per la prima volta a Giro e Tour e dove si è ritrovato gomito a gomito con il sudafricano Daryl Impey che, proprio in questa edizione della Grand Boucle, è stato il primo africano di sempre a vestire la maglia gialla (per la precisione, il 4 luglio al termine della tappa con arrivo a Montpellier).

Froome avrebbe potuto fare molto di più, avrebbe potuto diventare il primo corridore di nazionalità africana a vincerlo il Tour, ma è proprio nel 2008, due anni prima di firmare per il neonato Team Sky, che decide di prendere la nazionalità britannica. Una scelta che David Kinjah imputa al cattivo comportamento della federazione kenyana. “Non l'hanno mai sostenuto” ha dichiarato in un altro articolo dedicato all'argomento sempre dal Daily Nation. Ai mondiali under 23 del 2006, a Salisburgo, ha spiegato Knjah, Chris dovette iscriversi alla competizione rubando la password dell'account e-mail di un dirigente della federazione.

Con il sostegno di Team Sky, invece, le cose vanno di bene in meglio. Nel 2011, Froome arriva secondo alla Vuelta di Spagna,. Lo scorso anno al Tour si fa superare solo dal suo compagno di squadra Bradley Wiggins mentre alle Olimpiadi di Londra vince il bronzo nella gara a cronometro. Il resto è cronaca di questi giorni, tra rimpianti e promesse. I primi sono tutti di David Kinjah. “I funzionari della nostra federazione – attacca – uccidono il talento con la corruzione. Se supportassero il nostro sport, Fromme avrebbe fatto sventolare la bandiera kenyana”. Le promesse, invece, sono quelle del nuovo campione che, ancora con la maglia gialla addosso, ha detto ai giornalisti di voler impegnarsi per promuovere il ciclismo in Africa.

“Spero che le mie esperienze qui – ha dichiarato Froome dopo la vittoria – motivino gli altri giovani, soprattutto i giovani africani, vorrei spronarli a fare quello che ho fatto io, che la mia impresa diventi un esempio... Questo Tour ha anche visto il primo sudafricano in maglia gialla, sono convinto che le mie prestazioni siano nate in Kenya e cresciute in Sud Africa e questo sarà una fonte di ispirazione per tanti”.

[in apertura, il podio della centesima edizione del Tour de France, con Chris Froome, il vincitore, al centro - letour.fr]

[a centro pagina, David Kinjah, fotografato su Instagram da Tristan McConnell che, al tema, ha dedicato un articolo su globalpost.com]

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