Anamorfosi
21 Luglio Lug 2013 0751 21 luglio 2013

L’autoscatto. Fenomenologia del social network

I social networks nascono per creare rete, per portare all’ennesima potenza la possibilità di una comunicazione immediata, che si esplica nella dimensione dell’istante e non necessariamente in quella della storia di legami da coltivare nel tempo e con la frequentazione. Questo, appunto, è il versante “social”.

Facebook, Twitter, Instagram hanno poi una fenomenologia molto precisa che, tra le altre cose, implica la pubblicazione dell’autoscatto. È il caso ad esempio di quelle fotografie che la persona si scatta da sola con il cellulare, magari allo specchio. E ci sono profili in cui queste immagini sono davvero molte, troppe per non farsi domande al riguardo.

Chi si scatta a ripetizione fotografie in svariate pose o, come si dice, “outfit”; chi si ritrae infinite volte con sguardo languido e un ignaro animale addosso; chi si fotografa mentre guida; chi quotidianamente spende tempo ed energie per selezionare il proprio ritratto migliore. Che cosa c’è qui di relazionale? Insomma, qual è il punto? Comunicare qualcosa di sé? Misurare il proprio indice di apprezzamento contando il numero dei “Like”? In altre parole, l’autoscatto è un’immagine che parla?

Nonostante sia accessibile a centinaia di persone, a volte addirittura pubblico e senza alcun limite di privacy, è come se non ci fosse alcun vero destinatario se non il soggetto della foto, perso nella contemplazione di quell’immagine di sé che più si avvicina al proprio ideale (ed ecco il criterio di selezione dell’autoscatto meglio riuscito). In fondo è qualcosa per cui Narciso ha sacrificato la vita.

In gioco, qui, è la particolarità del rapporto che ciascuno intrattiene con lo specchio che delude, mortifica, ma anche affascina, cattura tragicamente, come mostra il corpo anoressico. L’esito di questo rapimento è spesso un ripiegamento autistico e anti-legame, muto, perché per dire di sé con parole autentiche – che non sono chiacchiere – occorre vedere l’altro in quanto altro e non come un proprio riflesso.

È da qui che nasce l’amore, e la sua preclusione è il triste destino di chi resta eternamente intrappolato nella propria immagine allo specchio.

Nell'immagine: Gustavl Klimt (1899), Nuda Veritas.

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