L’Ossservatore carioca
22 Luglio Lug 2013 1303 22 luglio 2013

In Brasile la fede non rientra nelle statistiche

Come già sei anni fa per la visita di Benedetto XVI, ogni volta che un Papa visita il Brasile i giornali pubblicano le statistiche sulla fede nel paese sudamericano. Il verdetto è sempre lo stesso: i cattolici diminuiscono e crescono gli evangelici, i neopentecostali, le nuove chiese.
Tutto ciò è senz'altro vero, soprattutto per chi ama questo genere di semplificazioni della realtà, ma sono dati che non raccontano quasi nulla di come sia vissuta la fede in Brasile e in sostanza non sono neanche veritieri.

Perché? Perché esistono brasiliani che una certa domenica entrano in una chiesa cattolica, ma il martedì partecipano al rito di descarrego, una specie di funzione anti-stress officiata in una delle tante filiali della Igreja Universal e magari il sabato pomeriggio frequentano un terreiro di Umbanda (a Rio) o di Candomblé (a Salvador), dove si suonano tamburi, un marinaio con la pipa incorpora il tuo vicino di sedia e alla fine si è tutti sdraiati per terra a occhi chiusi in una nuvola di incenso. Jorge Amado e il suo amico Carybé, pittore naif, ci andavano regolarmente, con le loro candide batas aperte sul torace, le collane d'osso e la vera curiosità di credenti, nel senso di gente aperta al mistero e alla poesia.

E questa è la direzione, incontrovertibile, della fede brasiliana.
Non si torna indietro. La religione in Brasile è un self-service dove ognuno si riempie il piatto senza grandi dogmi assecondando una natura anti-dottrinale che è tipica del paese. Il poeta e critico d'arte Ferreira Gullar mi disse: la religione qui è più in funzione della festa che del rito. Ma attenzione: non stava disegnando un ennesimo luogo comune, quello del brasiliano "festeiro" che sorride costantemente a trentadue denti. Costui è un brasiliano che non esiste.
La festa significa invece una visione anti-ortodossa della vita: è quella per cui quando, nel traffico micidiale delle sette di sera, in una traversa di Ipanema, tra Mercedes e borse di Prada, al tizio a torso nudo che di lavoro vende aipim, radici di mandioca, girando a piedi tre quattro quartieri, gli chiedi come va, risponde: «Tudo bem, graças a Deus».
Ed è vero. Va tutto bene. Manuel crede davvero in Dio.

Probabilmente non sarà tra quelli che accoglieranno in questi giorni il Papa Francesco. Manuel deve vendere aipim, i grandi eventi di massa non gli interessano nel senso che non è più giovane, vive a Queimados, nel suburbio "dove è quasi foresta", e in definitiva ha quaranta chili di mandioca da vendere ogni giorno. Ma crede sicuramente in Dio, ci ha sempre creduto e non ha bisogno di riconoscersi in alcuna dottrina, per farlo.
Ha la sua personale dottrina, che è quella di considerare la vita un dono inestimabile da onorare vendendo la sua radice dolce, da friggere o da bollire a seconda dei gusti.

A Queimados, vicino a casa, a due tre baracche di distanza della sua, un tizio ha messo su una chiesa, che magari si chiama «Jesus é o Imperador». Dodici sedie di plastica, un neon, un altare recuperato da un negozio di dischi, ricoperto di moquette gialla, un paio di casse sforacchiate e una bibbia con la sopraccoperta in plastica azzurra.
La Chiesa, quella di cemento armato, panche di legno e i vetri colorati, dista parecchio da lì e in fondo Manuel non è che capisca esattamente la differenza tra la parola di Dio pronunciata in quel cubicolo di mattoni rossi e la parola di Dio della chiesa in cemento armato.
Inoltre, il pastore suo vicino di casa, probabilmente Felipe o addirittura Ezequiel (che forse è un nome d'arte) conosce bene Manuel, la moglie Maria, la figlia Valderleia; hanno spesso parlato delle virtù della mandioca, sa gli orari in cui è meglio starsene a casa per non disturbare i ragazzi del narcotrafico, sa quasi tutto anche della polizia che circola in quell'area - chi è canaglia e chi meno; insomma, Padre Ezequiel, che prima di fare il pastore vendeva automobili ma poi le tasse gli han bruciato l'autosalone, porta una parola di Dio che a Manuel piace, poco impegnativa infondo, che lo lascia libero.
Libero, per esempio, come moltissimi brasiliani di ogni classe sociale e livello culturale, forse tutt'ora la maggiorenza, libero di essere contrario all'aborto. Su questo tema le chiese evangeliche sono ancora più radicali di quella cattolica, eppure sono quelle più vicine ai luoghi dove ragazze povere interrompono la gravidanza in cliniche clandestine, sporche, dove spesso si muore.

Manuel crede in Dio da ben prima di conoscere Ezequiel; perché Dio non è neppure un concetto, è qualcosa di estremamente naturale, per lui. Manuel frequenta un "terreiro", laggiù, seguendo la cornice ruvida della periferia nord, a Serrinha, dove c'è una scuola di samba che vince con la protezione di Ogum, che altri non è che San Giorgio sotto le mentite spoglie del sincretismo portato dagli schiavi africani, e dove una vecchia mae de santo, una vecchia umbandeira saggia diceva sempre: «Noi non siamo padroni di nulla, ma quello che riceviamo in dono dobbiamo trasmetterlo a chi viene dopo di noi».

E lo diceva cantando.

(Foto Ag. Estado)

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