Kodeuropa
23 Luglio Lug 2013 1320 23 luglio 2013

Quello che il mondo pensa quando parla di Europa

Che cosa viene in mente al mondo intero quando si parla di Europa? In Cina pensano la stessa cosa che in Africa? Pakistan e Australia la vedono uguale? E’ un interrogativo molto interessante, che ha trovato risposte più o meno sensate, più o meno scientifiche. Tra le meno, quella di Mark Leonard, fondatore dello European Council of Foreign Relations, che in un pamphlet di qualche anno fa prediceva la vittoria su tutta la linea della potenza europea. Con il suo potenziale in termini attrattivi verso gli altri paesi, avrebbe fatto sfracelli. Si è visto.

La politica estera europea ha sicuramente un impatto in termini di immagine che viene spesso sottovalutato. E’ quella che viene definita public diplomacy, ovvero la capacità di fare diplomazia attraverso l’aspetto esteriore di una paese, gli incontri, la comunicazione. Ci si avvia verso un orizzonte politico dal forte impatto per la politica estera europea: l’ultima volta un esponente politico italiano di spicco fu in lizza per la carica di Alto Rappresentante dell’Unione per la Politica estera e di sicurezza, adesso pare che il ruolo cui è candidato (dai media?) per il 2014 sia più alto. Si parla del secondo uomo politico con più soprannomi d'Italia, ça va sans dire. Questo per dare un’idea di come, in questo caso in Italia, la posta in gioco si stia alzando sempre di più. E come apparirà dunque il prossimo “ministro degli Esteri” dei ventotto? Debole? Duro? Riservato?

Secondo una ricerca apparsa nel numero di maggio del Journal of Common Market Studies, la più autorevole (e antica) rivista di affari europei esistente, pare che la percezione dell'Europa all'estero sia legata alle varie tematiche più che a una solida visione d'insieme. Mi spiego: stando ai dati raccolti attraverso 274 interviste a membri delle "élites" dell'area pacifica, asiatica e africana (non ci si chieda il perché), gli autori sostengono che il mondo riconosce l'Europa come unità e come attore vero e proprio solo quando essa agisce in certi ambiti. Nello specifico, se si presenta come attore economico viene riconosciuta (c'entra l'euro?), se invece punta sulle capacità militari e di gestione dei conflitti perde appeal. Chiunque abbia studiato l'UE, sa che questo è uno smacco.

Pochi conoscono l'impatto che hanno e hanno avuto (più hanno avuto che hanno) le azioni dell'UE in teatri di crisi. Molte in Africa, molte nei Balcani, altre qua e là per il Vicino Oriente. Una addirittura a Aceh, posto che fa molto Corto Maltese e molto poco José Barroso.

Eppure, il mondo pacifico (nel senso dell'Oceano) e le sue élites vedono l'Europa solo come un attore che viene buono in momenti di crisi diplomatiche, escalation militari o problematiche legate alla sicurezza. Niente Herman Van Rompuy, quindi? E l'incessante peregrinare di Miss Ashton?

Una studiosa italiana, Sonia Lucarelli, ha cercato su un altro journal molto importante per la comunità scientifica che si occupa di affari europei, i.e. il Journal of European Integration, di tracciare un bilancio della sua attività di ricerca (anche attraverso il network Garnet, alle cui pubblicazioni bisognerebbe dedicare quaranta post di fila) sul tema della percezione esterna del ruolo dell'UE. Nel paper linkato, innanzitutto si amplia il focus sull'intero popolazione a disposizione, utilizzando quindi un campionamento ben più largo rispetto a quello delle élites. Ovviamente, l'UE risulta sconosciuta come attore unitario nella maggioranza dei Paesi (tra cui soprattutto gli ex-Brics): in India e Brasile, soprattutto, mentre in Sudafrica è riconosciuta, ma reputata inefficace (e te pareva). Insomma, ci si vada a leggere quel paper (a pagamento) o quelli di Garnet (gratis), per sentirsi pronti quando il prossimo maggio i giornali titoleranno sulle reazioni mondiali davanti alle Europee: "Mr. Schulz who?"

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