Marta Calcagno
Blog Notes di Marta
25 Luglio Lug 2013 1555 25 luglio 2013

Burri nella sua Città di Castello (Umbria)

Ecco quando un artista riesce ad essere protagonista della sua arte non solo nella produzione, ma anche nella conservazione e divulgazione delle opere da lui create: Alberto Burri (Città di Castello,Perugia, 1915-Nizza, 1995) è un esempio di questo tipo, non solo per la precisione e la continuità con cui il lavoro realizzato in vita sia oggi visibile e oggetto di studi, ma anche per la poesia e la finezza con cui è riuscito nel suo intento di divulgazione e mantenimento della sua memoria anche dopo la sua morte.

L’artista dei “sacchi” e poi delle combustioni (di carte, tele, legni, plastiche) fino ai “ferri”, sembra sempre, sia nel suo linguaggio artistico che nella sua stessa esistenza, riuscire a dare nuova vita a ciò che tocca: come nelle sue opere, quadri o scenografie (è stato anche un importante scenografo, ricordiamo a Milano il suo "Teatro Continuo", progettato nel Parco Sempione nel 1973 in occasione della XV Triennale, ma distrutto dall'amministrazione cittadina nel 1989), in cui è la materia bruciata o tagliata e incollata, trasformata comunque dal suo status iniziale, a costituire l’essenza stessa del suo linguaggio, così anche nella vita, Burri coglie le occasioni e le trasforma.

Laureato in medicina a Perugia nel 1940, viene richiamato alle armi durante la Seconda Guerra Mondiale, diventa prigioniero degli inglesi in Tunisia nel 1943 e successivamente è trasferito dagli americani in campo di concentramento a Hereford, in Texas. E’ qui che inizia a dipingere: e abbandona, da ora in poi, qualsiasi aspirazione medica. Si dedica totalmente alla pittura (quando torna in Italia nel 1946, si trasferisce a Roma e già nel 1947 tiene la sua prima mostra personale alla Galleria La Margherita).

La sua vita come la sua arte: accogliamo la sorte che può portare al degrado (bruciare, fondere, strappare, o imprigionare e portare lontano dalla propria casa), e da questo ricreiamo una nuova condizione e una nuova vita (il materiale rovinato diventa un’opera d’arte e Burri capisce la sua vera vocazione proprio quando viene portato via dall’Italia).

Se nella vita è il Caso che può fornire le occasioni per comprendere se stessi, l’uomo –sembra dire anche Burri col suo lavoro- può comunque operare, ingegnarsi per determinare, nel suo piccolo, il destino che incontra: e allora, ancora in vita, l’artista ristruttura e rimette a posto l’Essicatoio Tabacco a Città di Casello, splendido esempio di architettura industriale che oggi ancora ospita parte della sua collezione e ulteriori mostre temporanee (fino al 3 novembre è qui visibile la mostra di Anselm Kiefer, per il cui lavoro di ispirazione e riconversione della materia l’artista tedesco è stato accostato a Burri in una intensa, breve -solo quattro grandi opere- e vivissima mostra). E non è tutto: nel 1981 apre al pubblico a Palazzo Albizzini, sempre a Città di Castello, la collezione delle sue opere che Burri donò nel 1978 alla Regione Umbria. Allora la donazione che Burri fece fu di 32 lavori, ora la collezione comprende circa centotrenta opere dal 1948 al 1989, ordinate cronologicamente in venti salee sempre aperte al pubblico. Presso la Fondazione, inoltre, si trovano anche una biblioteca di arte moderna e contemporanea, oltre alla periodica organizzazione di convegi di aggiornamento sull’arte contemporanea in collaborazione con autorevoli istituzioni parallele, nazionali e internazionali. Info. Fondazione Albizzini Collezione Burri, Cttà di Castello (Perugia), www.fondazioneburri.org, ondazione Palazzo Albizzini CollezioneBurriVia Albizzini, 1 Città di Castello - 06012 Perugia

Quando un artista riesce ad essere protagonista della sua arte non solo nella produzione, ma anche nella conservazione e divulgazione delle opere da lui create. Alberto Burri (Città di Castello,Perugia, 1915-Nizza, 1995) è un esempio di questo tipo, non solo per la precisione e la continuità con cui il lavoro realizzato in vita sia oggi visibile e oggetto di studi, ma anche per la poesia e la finezza con cui è riuscito nel suo intento di divulgazione e mantenimento della sua memoria anche dopo la sua more. L’artista dei “sacchi” e poi delle combustioni (di carte, tele, legni, plastiche) fino ai “ferri”, sembra sempre, sia nel suo linguaggio artistico che nella sua stessa esistenza, riuscire a dare nuova vita a ciò che tocca: come nelle sue opere, quadri o scenografie. E’ la materia bruciata o tagliata e incollata, trasformata comunque dal suo status iniziale, a costituire l’essenza stessa del suo linguaggio. Così anche nella vita, Burri coglie le occasioni e le trasforma: laureato in medicina a Perugia nel 1940, viene richiamato alle armi durante la Seconda Guerra Mondiale, diventa prigioniero degli inglesi in Tunisia nel 1943 e successivamente è trasferito dagli americani in campo di concentramento a Hereford, in Texas. E’ qui che inizia a dipingere: e abbandona, da ora in poi, qualsiasi aspirazione medica. Si dedica totalmente alla pittura (quando torna in Italia nel 1946, si trasferisce a Roma e già nel 1947 tiene la sua prima mostra personale alla Galleria La Margherita).

La sua vita come la sua arte: accogliamo la sorte che può portare al degrado (bruciare, fondere, strappare, o imprigionare e portare lontano dalla propria casa), e da questo ricreiamo una nuova condizione e una nuova vita (il materiale rovinato diventa un’opera d’arte e Burri capisce la sua vera vocazione proprio quando viene portato via dall’Italia).

Se nella vita è il Caso che può fornire le occasioni per comprendere se stessi, l’uomo –sembra dire anche Burri col suo lavoro- può comunque lavorare per determinare, nel suo piccolo, il destino che incontra: e allora, ancora in vita, l’artista ristruttura e rimette a posto l’Essicatoio Tabacco a Città di Casello, splendido esempio di architettura industriale che oggi ancora ospita parte della sua collezione e ulteriori mostre temporanee (fino al 3 novembre è qui visibile la mostra di Anselm Kiefer, per il cui lavoro di ispirazione e riconversione della materia l’artista tedesco è stato accostato a Burri in una intensa, breve -solo quattro grandi opere- e vivissima mostra). E non è tutto: nel 1981 apre al pubblico a Palazzo Albizzini, sempre a Città di Castello, la collezione delle sue opere che Burri donò nel 1978 alla Regione Umbria. Allora la donazione che Burri fece fu di 32 lavori, ora la collezione comprende circa centotrenta opere dal 1948 al 1989, ordinate cronologicamente in venti salee sempre aperte al pubblico. Presso la Fondazione, inoltre, si trovano anche una biblioteca di arte moderna e contemporanea, oltre alla periodica organizzazione di convegi di aggiornamento sull’arte contemporanea in collaborazione con autorevoli istituzioni parallele, nazionali e internazionali. Info. Fondazione Albizzini Collezione Burri, Cttà di Castello (Perugia), www.fondazioneburri.org, ondazione Palazzo Albizzini CollezioneBurriVia Albizzini, 1 Città di Castello - 06012 Perugia

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