Marco Giovanniello
Rotta verso il mercato
27 Luglio Lug 2013 0915 27 luglio 2013

Reggio “città metropolitana” e “Roma Capitale”

Il Governo “svuota” le province, ma non le abolisce, compito improbo che spetterà al Parlamento, dove sarà difficile resistere alle peggiori pressioni localistiche. Tanti auguri. Se l’obiettivo è un risparmio di costi, è illusorio sperare di vedere dei “quick wins” come ci si aspetterebbe da un’azienda. Per risparmiare costi bisogna licenziare i dipendenti superflui, che di fatto hanno il posto di lavoro a vita, con buona pace di chi lavora nel settore privato ed è supertassato per poter pagare i loro stipendi a vita. Contrariamente a quanto appunto accade nel settore privato, lo Stato non puó nemmeno porsi l’obiettivo di snellire la propria macchina amministrativa, allo scopo di tagliare i costi che fa gravare sui contribuenti. Ci saranno risultati, si spera, nel lungo periodo, quello in cui Keynes avvertiva che saremo tutti morti. Avremo almeno l’orgoglio di lasciare a figli e nipoti una struttura più snella, senza le province che andavano abolite all’epoca della creazione delle Regioni a statuto ordinario, come avvertiva inutilmente la solitaria buon’anima di Ugo La Malfa. Nascono le "città metropolitane", senza un’apparente logica economica, perché è difficile pensare che ce ne sia bisogno nella piccola Reggio Calabria, che è ben lontana dalle dimensioni di Bologna e di Napoli. Prevale come sempre un’altra logica, quella della ricerca del consenso, del clientelismo, che prevede l’erogazione a pioggia di aiuti e di titoli. Roma non sarà città metropolitana, ma Roma Capitale, con la C maiuscola.

È grottesca questa distinzione, che solo vuole sottolineare che per Roma valgono regole diverse, come nella Fattoria degli Animali di Orwell, dove tutti sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri. Roma avrà regole diverse, cioè avrà più soldi. Il primo atto del risanatore Governo Monti fu la generosa donazione di quasi 10 miliardi di euro a Roma, che altrimenti sarebbe fallita per la demente gestione delle casse comunali. Gli altri comuni, come quello di Torino, vengono invece massacrati se sforano di pochi milioni il “patto di stabilità”. La barzelletta a giustificazione di queste differenze sarebbe che Roma sopporta costi aggiuntivi per l’essere capitale, ma la realtà è che questi costi si esauriscono in quelli di sicurezza per i (troppo) numerosi cortei. Nessuno ricorda invece i ricavi, le decine, centinaia di migliaia di posti di lavoro pubblici, spesso inutili, pagati con le tasse degli altri cittadini della Repubblica. Roma guadagna dall’essere capitale, non perde certamente e non c’è nessun motivo di esentarla dalla disciplina comune, se non per perpetuare un privilegio analogo a quello dei baristi del Parlamento, che a fine carriera incassano 110.000 euro l’anno, sia pur lordi. Essere vicini al potere vuol dire guadagnare, con privilegi che nessuno osa abolire. Se Letta vuole che i contribuenti e i creditori della Repubblica Italiana si convincano che si fa sul serio, insieme alle province abolisca anche quella monnezza che è lo status privilegiato e ingiustificato di “Roma Capitale”, che è solo autorizzazione e incentivo a perpetuare lo spreco.

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