Beleid
27 Luglio Lug 2013 1026 27 luglio 2013

Ripensare l'identità per un nuovo centrosinistra

La direzione nazionale del Partito Democratico di ieri è difficile da commentare; è difficile parlarne senza provare dispiacere, rabbia, delusione. Vedremo come andrà a finire. Nel frattempo il miglior modo di non pensare a ciò che accadeva in Largo del Nazareno è stato partecipare al primo dei tre giorni della Summer School organizzata dai FutureDem a Portico di Romagna. Il clima che si respirava a Portico è quello della voglia di cambiamento, di innovazione, di partecipazione, di apertura e di coraggio, il clima dello spirito originario del PD, idealmente contrapposto a quel clima di paura, di chiusura e di conservazione che a Roma impedisce al PD di abbracciare ed assecondare la richiesta di cambiamento e di futuro, rinnegando quello spirito originario che dovrebbe invece fungere da stella polare.

Sono davvero molti gli spunti di riflessione che la giornata di ieri ha regalato ai presenti. Enrico Morando e il sindaco di Forlì Roberto Balzani hanno ad esempio discusso a lungo sulla necessità di un nuovo centrosinistra per cambiare il paese. In linea con l'efficace ragionamento del sindaco romagnolo, identità e compromesso mi sembrano due termini chiave attorno ai quali il centrosinistra dovrebbe ragionare attentamente. Due parole che devono in qualche modo essere riconsiderate e reinterpretate.

Il termine identità, per come lo si è inteso fino al 1989 perlomeno, andrebbe definitivamente seppellito, diceva Balzani. Come dargli torto, se per identità si intende una sola, unica e monolitica identità? Il PCI era un partito integralmente identitario, perché sorretto ed ispirato da un’ideologia forte e perché portatore di un messaggio rivolto esclusivamente al proprio blocco sociale, un blocco realmente identitario. La società era d’altronde profondamente divisa in classi, in blocchi socioeconomici, e l’appartenenza ad uno di essi determinava la scelta di voto, una scelta che il partito identitario di riferimento puntava a vedere riconfermata di elezione in elezione. Questa era la mission dei partiti di integrazione di massa: rivolgersi al proprio elettorato, a quel “Noi” identitario che costituiva lo spazio esclusivo di agibilità politica di quei partiti.

Ma cosa accade quando la società divisa in blocchi si frantuma, si polverizza, si liquefa? Come può un partito identitario rivolgersi al proprio blocco sociale, se quel blocco sociale non esiste più nella realtà? Certo, può illudersi che esista ancora, ma quella rappresentazione sarà fasulla e frutto di un’errata lettura della società, un errore di prospettiva dal quale non potranno che discendere conseguenze negative. La società è profondamente cambiata rispetto a quella novecentesca, le identità non sono più uniche e monolitiche ma frutto di appartenenze multiple e differenziate ed un partito che voglia governare non può prescindere da questo dato fondamentale; deve imparare ad analizzare la realtà e la società per quello che sono (diventate), non continuare a produrne rappresentazioni a proprio piacimento per poi proporre soluzioni che l’elettorato, inevitabilmente, non capisce. Oggi un partito come il PD deve puntare a conquistare la maggioranza dell’elettorato, non a vedersi riconfermato il voto del proprio fantomatico blocco sociale identitario. Continuare a propagandare un'identità che non esiste più nella società più significa rifiutare il cambiamento e sposare la conservazione.

E’ dunque in questo senso che è necessario abbandonare l’identità; meglio: ripensare l’identità, alla luce di un mondo e di una società profondamente e radicalmente diversi da quelli di 30, 40 o 50 anni fa. Certo, è più facile a dirsi che a farsi; costa sacrificio, fatica; è comunque una rinuncia. Ma la democrazia è compromesso – eccoci al secondo termine chiave da riconsiderare –, e se in democrazia non si è pronti a scendere a compromessi, a “sporcarsi le mani”, a mettersi in gioco, le elezioni non si vincono. Rinunciare al compromesso – quello virtuoso e costruttivo, in fase di proposta – in nome di una presunta purezza identitaria, conduce inevitabilmente a dover accettare un compromesso dannoso e deleterio, quello delle larghe intese, o per altri versi quello del consociativismo irresponsabile che ha fatto lievitare il nostro debito pubblico.

Insomma, come ha brillantemente sintetizzato qualcuno, “se non si vogliono prendere i voti dei delusi del centrodestra, si finisce col prendere i ministri del centrodestra”. Così facendo è possibile mantenere la propria purezza identitaria in quanto ad offerta politica - rinunciando ad un compromesso che la stessa società ci richiede - ma a costo di un inaccettabile compromesso in fase governativa, con una paralisi decisionale non più accettabile.

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