Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
27 Luglio Lug 2013 1056 27 luglio 2013

Stefano Bollani, un jazzista che fa teatro

Sono andato al concerto di Stefano Bollani, in versione Danish Trio, con Jasper Bodllsen (Contrabbasso) e Morten Lund (batteria).
L'occasione era l'apertura del primo Festival delle Terme Taurine, a Civitavecchia. Una location bellissima, un sito archeologico d’epoca traianea, sommerso nel verde a pochi chilometri dal mare e dalle lucine fantascientifiche e inquietanti della centrale a carbone.
Voglio dire subito che mi sono davvero emozionato per il concerto (andavo da semplice spettatore, senza obblighi “professionali”); mi sono davvero divertito a seguire, ad ascoltare le creazioni di questo signore che, con un sorriso scanzonato, sta rivoluzionando il jazz.

Bollani ha reinventato il genere, ha spinto la musica afro-americana (lui con altri, ovviamente) verso un pubblico sempre più ampio, incuriosendo e affascinando a colpi di contaminazioni, invenzioni, allegria, poesia. Mettendo assieme, perché no?, Rachmaninov e Rabagliati, la bossanova e Thelonius Monk, il minimalismo e il freejazz, Mingus e Jannacci. Mi incuriosisce un fatto: le composizioni di Bollani non sono stucchevoli esercizi di stile, né sfoggio della sua vulcanica fantasia. Hanno, semmai, uno spessore che definirei “drammaturgico”: sono micronarrazioni, citazioni, evocazioni ed attraversamenti in forma di racconto musicale. Hanno impianti strutturati in modo sorprendente, travalicano la struttura abituale del jazz, svicolando continuamente verso territori inattesi.
Non ho gli strumenti per fare una analisi critica del concerto, e non vorrei far divertire i colleghi critici musicali con strampalate definizioni. Ma mi piace pensare, invece, di poter fare una recensione “teatrale” al concerto, perché Bollani, con i suoi eccentrici e raffinati sodali danesi, la sa lunga in fatto di messa in scena e di teatro. Intanto il trio si pone nei confronti del pubblico in uno stato d'animo di grande apertura: è “l'aperto”, per usare una categoria cara ad Agamben, che è incontro consapevole, manifestazione del mondo. Qui è una attitudine ad aver la percezione chiara della presenza attiva del pubblico, subito chiamato in causa con una battuta, poi trascinato nella vertigine della musica. Mi sembra ci sia – anche per l'approccio di Bollani stesso - un rapporto dialogico, anche intimo, vibrante e costante tra i performer e gli spettatori, qualcosa di diverso dalla ”sacralità” monumentale e rispettosa di tanta classica o operistica o contemporanea, e certo molto distante dalla sciatteria, spesso aggressiva, di tanto pop rock.
Ho detto “performer”, e non a caso. Perché Bollani, oltre che il raffinato musicista che sappiamo (quelle mani che volano sulla tastiera) è un sapiente performer. E qui mi viene in mente la Commedia dell'Arte. Quel codice energico, fatto di gravità e energia, di pulsione muscolare e tensione artistica che ha affascinato generazioni intere di studiosi. Guardatelo in scena, Bollani. Guardate come tiene il baricentro basso, come aggredisce il piano, come ci gioca (percuotendolo,aggirando, abbandonandolo e ritornando); guardate come si rapporta allo sgabello, con quelle fughe in piedi che sembrano slanci interminabili. Guardate come catalizza l’attenzione solo con una concentrazione di energia.
Diceva Molière della maschera di Scaramouche: “non parla, ma dice tante cose”. Bollani fa parlare il suo piano, certo: eppure il corpo è magneticamente costantemente vibrante di tensioni teatrali. C’è poi il livello tecnico, il metodo, il mestiere, che era dei Comici come dei jazzisti. Possedere la tecnica per rivoluzionarla. Che la vera eredità dei Comici dell’Arte sia nel jazz (e non solo per l’improvvisazione)?

Anche il dialogo che instaura con Bodllsen e Morten Lund è frutto di sapienza scenica. Il batterista, che sembra uscito dal quartetto di Dave Brubeck, con quell'aria pulita da bravo ragazzo anni cinquanta, poi si lascia andare a sorrisi e giochi che sembrano mettere in pratica quella ironia dedll'attore sul personaggio cara a Vasil'ev. E il contrabbasso di Bodllsen si muta in totemica certezza, in presenza e pregnanza scenica, vero fulcro dell'azione (non solo del ritmo) dal momento che diventa contraltare alle invenzioni di Bollani. Senza il paradigma materico del contrabbasso, molti “voli” del piano perderebbero sostanza scenica.
Tornavano in mente, seguendo il concerto, anche altri rimandi teatrali. Della drammaturgia compositiva si è detto: epoche, strutture, architetture, storie, ritmi, suoni diversi confluiscono, si mescolano, si intrecciano e si respingono, nei brani. Drammaturgia ipercontemporanea, dunque, che possiamo ritrovare nell’opera di tanti autori oggi amati - non c'è bisogno di citarli - che non rinnega il piano strettamente narrativo, la fabula (e addirittura, diremmo qui traslando, orecchiabile).

Il concerto, si sa, ha una sua regia interna, un percorso che è flusso d'energia, incontro con il pubblico, struttura mentale non solo musicale: non è un caso che alcuni registi si siano dedicati alla messa in scena concerti (basti pensare a Robert Lepage con Peter Gabriel). Bollani è uomo esperto di palcoscenico, e sa calibrare tempi, gag, improvvisazioni, ammiccamenti al pubblico, momenti lirici e altri più disinvolti – anche se, proprio sul piano della regia, un eclettico come lui potrebbe fare di più.
Poi, mi veniva in mente la figura austera e magnetica di Leo de Berardinis, quel suo rapportarsi continuamente al jazz, e non solo per le tecniche improvvisative. Leo guardava a Miles Davis, ne evocava continuamente la creatività, e cercava incessantemente il profondo rapporto artista-strumento come metodo di lavoro.
Con Bollani ritroviamo il rigore e la popolarità della ricerca cara a de Berardinis, e quell'essere attore-strumento musicale: Leo sublimava nella poesia, mentre Bollani nel naturale e fisico corpo a corpo con il pianoforte.
Infine, per chiudere questa improbabile analisi teatrale di un concerto jazz, mi veniva in mente il “godimento”, il divertimento, categoria fondamentale per Bertolt Brecht a teatro. Nel momento in cui tanta ricerca teatrale è, diciamolo, deprimente e depressa, autoreferenziale e narcisistica, concettuale e conventuale, qua il ciclone Bollani fa continuamente “ricerca” ma con gioia comunicativa e contagiosa. È una lezione che proporrei anche a tanti maestri del nostro teatro: si può inventare, innovare, sconvolgere, emozionare, senza per questo essere obbligatoriamente mortiferi.
Stefano Bollani è amico del teatro italiano e internazionale, lo frequenta, lo conosce: ha già fatto dei curiosi e interessanti attraversamenti tra prosa e musica, vivaci incursioni destabilizzanti. Chissà che in futuro, questo inatteso paladino della Commedia dell'Arte fatta jazz, non voglia davvero declinare la sua straordinaria inventiva al teatro.

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