Il precario – riflessioni in cerca di editore
2 Agosto Ago 2013 1213 02 agosto 2013

Al Biscione

Quando ieri intorno alle venti la Corte di Cassazione si è espressa annullando il ricorso di Berlusconi in merito al reato di frode fiscale e ha rinviato la decisione riguardante gli anni di interdizione dai pubblici uffici da applicare alla condanna, dai presenti ammassati fuori dall’aula si è alzato un boato di giubilo. L’esercito di Silvio però non aveva affatto capito che il termine “rigetto” pronunciato dal giudice era riferito a “ricorso” e non, purtroppo per loro, a “sentenza”.
Per un attimo i supporter, sbandieranti insegne guerresche ed effigi più o meno sacre dell’unto di Arcore hanno creduto ad una assoluzione in toto del Cavaliere loro feudatario, mal interpretando, colpa dell’estasi della battaglia e dell’ansia per l’attesa, il pronunciamento della Corte.
La verità invece è un’altra: Berlusconi è stato condannato a 4 anni in via definitiva, pertanto è un pregiudicato, un malfattore, un frodatore fiscale: Al Biscione.
Al pari del noto “collega” italo-americano, il nostro Al Biscione ha sulle spalle una serie di processi che lo hanno visto imputato con i più svariati capi d’accusa: la falsa testimonianza sulla questione P2 (amnistia), le tangenti a Craxi (prescrizione), svariati falsi in bilancio (reato depenalizzato da uno dei suoi governi), la corruzione giudiziaria (prescritta), il caso “Rubyrubacuori” (condanna in primo grado), il lodo Mondadori e, giusto per non farci mancare nulla, la compravendita di senatori. Solo la frode fiscale però ha incastrato entrambi. Il parallelismo è lampante, anche banale se vogliamo dirla tutta, ma maledettamente calzante.
Tutto da vivere adesso sarà il periodo post condanna. Non ci sarà da stupirsi per quel che riguarderà le reazione dei suoi sostenitori, compagni di partito e di merende e dipendenti prezzolati mediatici: qualunque fosse stato il verdetto (annullamento, rinvio, condanna) avrebbero commentato asserendo la malafede dei magistrati, maledicendo il rosso togaggio della Corte di Cassazione, avrebbero rispolverato l’epica guerra dei vent’anni. Per tutti costoro Al Biscione è una vittima predestinata di un sistema giuridico malato che lo vuole fuori dalla vita politica di questo Paese; Cavaliere martire, vittima cornuta (più o meno) e mazziata: gradimento nei sondaggi invariato anzi balzato alle stelle; chi lo ama, lo ama a prescindere, anche se avesse avuto gli stessi capi d’accusa di Jack lo Squartatore.
Più delicata, ma nemmeno questo deve destare stupore, la situazione all’interno del PD. Già subito dopo la sentenza, c’è stata l’ennesima spaccatura. Rumors affermano infatti che alcuni, ma veramente solo alcuni, non vorrebbero più stare al governo in alleanza con un pregiudicato. In effetti sarebbe molto difficile, ad esempio, votare una legge sull’inasprimento dei controlli in materia di evasione fiscale assieme a chi è stato condannato proprio per aver frodato il fisco. Paradossi però ai quali il PD ci ha abituato; infatti, un’altra corrente non vuole assolutamente che le larghe intese cadano, forse perché sanno che Al Biscione, come un’araba fenice risorgerà dalle sue stesse ceneri oppure temono che l’ondata di antipolitica li travolgerà definitivamente.
Se fossimo in un Paese normale, Al Biscione verrebbe cacciato immediatamente, messo da parte anche dai suoi. Ma siccome siamo in Italia, non si può escludere un ritorno.

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