Cosimo Pacciani
La City dei Tartari
11 Agosto Ago 2013 0031 10 agosto 2013

San (Lo)Renzo - So that you know

C’e’ un motivo per il quale non sopporto l’ironia sul mio cognome, Pacciani, soprattutto da persone che non conosco, o che pensano di rompere il ghiaccio con una battuta su uno dei tanti misteri italiani, uno dei tanti casi di colpevoli che diventano innocenti che ritornano colpevoli, a seconda della fase del giudizio penale.

Era la primavera calda del 1995 e si stava celebrando il processo Pacciani, il piu’ lungo e medializzato della storia della giustizia italiana, una specie di prova generale per tutti i futuri circhi mediatici che ci siamo inflitti, nel mio Bel Paese con ampie zone di ombra, di tenebra. Chiaramente, molti amici si erano prodigati, con quell’animo prono all’ironia ed al sarcasmo piu’ giullaresco dei fiorentini, a meleggiarmi abbondantemente.

Mentre passeggiavo, come solo nel pieno della gioventu’ da studente si riesce a fare, alla ricerca di quella specie di pietra filosofale che era un posto adatto per studiare, al riparo dal caldo, ma non troppo fuori dalla vista del mondo attorno, un amico mi arrivo’ da dietro e mi disse ‘Pacciani, guarda. C’e’ Rontini! Attento!’ Alzai lo sguardo ed a cinquanta metri di distanza vidi Renzo Rontini, il padre dell’ultima vittima del Mostro di Firenze. Eravamo dalle parti di Sant’Ambrogio, appena fuori dal mercato e forse stava tornando dalle udienze del processo che si tenevano in un’aula bunker poco lontano. Aveva un passo lento, misurato, come se avesse dovuto trascinare un dolore grande come un elefante di piombo. Per un attimo, si fermo’, era da solo e si giro’ verso la nostra parte,e non sapro’ mai se ci avesse sentito o se fosse stato attratto da quel clamore di studenti goliardi.

Al mio amico risposi ‘Via, e’ roba seria, questa. Qui c’e’ gente che ha perso i figli…’ L’amico ammutoli’. Mi ricordo benissimo il senso di disagio, come se, in quella distanza fra me e lui avessi dovuto elencare tutte le scuse possibili, per le ironie, per le battute, per la poca delicatezza che ognuno, in quegli anni del processo, porto’ verso quella storia truculenta di sangue e mistero. Renzo Rontini mori’ pochi anni dopo, stroncato da un infarto, senza sapere mai la verita’, anche perche’, intanto, molti degli attori presunti di quel processo erano morti od infermi. E, comunque, nessuno si fece onore in quella situazione, a parte Renzo Rontini, che assiste’ a tutte le udienze e che dedico’ ogni sua energia per onorare quelle vite spezzate della figlia e del fidanzato, come delle altre vittime di chissa’ chi.

In questi giorni di un’estate politica rovente per ogni tipo di ragione sbagliata che si possa immaginare, dal dibattito sulla giustizia ad personam, fino alle vacanze ‘corte’ dei parlamentari, in un contesto di ‘meltdown’ economico e sociale, mi viene spesso in mente Renzo Rontini, la sua figura scavata dal dolore e dalla serieta’, da quella serieta’ ed ombraggine tipica dei toscani quando hanno sofferto, ma diventano monumenti di pietra, di silenzio e di stoicismo. E mi tornava in mente mio nonno che mi portava da bambino in Via Tornabuoni e mi mostrava la statua della Giustizia, in cima alla colonna davanti a Santa Trinita. E mi diceva che, quando arrivo’ l’alluvione e si porto’ via macchine e anche alcuni affreschi, l’acqua non arrivo’ fino in cima. Il suo ufficio era accanto al palazzo di Ferragamo e si ricordava di quella montagna d’acqua, dalla quale svettava questa signora con elmo e bilanciere che dominava tutta la citta’. E gli eventi cataclismici di quei giorni.

In quella primavera torrida, Rontini era quella statua, quell’emblema di una serieta’ rispetto alla vita, a quello che comporta convivere con il dolore, soprattutto nella speranza sempre piu’ flebile di ottenere, se non la compensazione, perlomeno la verita’ su quello che ci accade attorno.

Senza questa serieta’ di atteggiamento, senza questa speranza anche dolorosa di un esito, qualunque esso sia, non esiste la giustizia. E’ uno sguardo severo e profondo sulla vita, sulla societa’ e le regole, le leggi, le norme, sono gli spazi che ci diamo mutualmente, per convivere. La giustizia in cima alla colonna di Firenze aveva uno sguardo, volutamente, che guardava distante, in qualsiasi foro, senza eccezioni, senza spostamenti, senza scuse od impedimenti piu’ o meno legittimi. Perlomeno, nello spirito. Perche’ la giustizia umana, a volte, sbaglia. Su quella divina, mi pronuncero’ solo dopo che mi si sara’ svelato cosa ci aspetta dopo la vita.

Pero’, da Renzo Rontini qualcosa ho imparato, che e’ quel poter camminare a schiena diritta, il non adagiarsi mai alle pastoie burocratiche, alle lungaggini, a quel flusso continuo di chiacchiericcio e di politica spicciola, di stupori mediatici e continuare a puntare alla dignita’ di crederci, nella giustizia. Come se fosse un derivato della verita’, come se fosse un componente essenziale della nostra vita.

In questi anni dominati dalla doxa, dall’opinione e dalla disintegrazione della morale e della civilta’, nella sua forma ricostruita lentamente, che abbiamo avuto in dono dai nostri nonni, non e’ roba da poco avere un cognome che, ogni volta che qualcuno fa dell’ironia spicciola, mi ricorda che la dignita’ dell’uomo e del suo dolore, come della sua gioia, sono i doni piu’ preziosi che questa autocoscienza del cosmo ci ha elargito, nella certezza che, se non sara’ la giustizia delle corti e dei tribunali, sara’ la giustezza morale delle nostre azioni a farci rimanere umani. Anche nelle tenebre e nella devastante mancanza di morale vera, densa, convissuta e compartecipata di questi anni. Di fronte alla tragedia che Rontini si portava dentro, nelle ossa, le vicende di alcuni politici tronfi e boriosi sono capricci di semidei smascherati.

Buon San Lorenzo, o San Renzo. Il mio desiderio e' quello di un'Italia dove conti sempre piu' la dignita' della giustezza e non la lettera del diritto, o le sue interpretazioni abismali.

SOUNDTRACK

Gorecki – Amen

http://youtu.be/dTtrIxLIX6k

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