Andrea Cinalli
Serialità ignorata
11 Agosto Ago 2013 1958 11 agosto 2013

The Killing, il giallo che ammazza i cliché del genere

Netflix, AMC e 20th Century Fox insieme per riesumare il giallo twinpeaksiano elogiato dalla critica. L'autrice Veena Sud: “Vi delizio con un nuovo caso risolto a fine stagione”

Paesaggi notturni lambiti da nebbia lattescente e in cui si addensano interrogativi e misteri, una coppia di detective dalle personalità divergenti che ne batte gli angoli palmo a palmo.
Una formula oliata da anni di fiction televisiva, direte voi. E invece no: dopo il successo-insuccesso dei segreti di Twin Peaks, è sfumata l'ambizione di cucire thriller che enfatizzassero il lato poliziesco del capolavoro marchiato Lynch. Responsi poco incoraggianti si sono susseguiti, negli anni, coi vari “Murder One”, “Kidnapped”, “Vanished”, falciati dopo una o due stagioni.
Poi, nell'aprile 2011, il cambio di rotta: esordisce “The Killing”, sorretto dal solo giallo di una sedicenne freddata, che ha infatuato 4,7 milioni di telespettatori tra prima tv e re-runnings.
Chiuse le indagini alla fine del secondo ciclo, coronato da coreografia di bocche spalancate, occhi sgranati e singulti soffocati, oggi si reincarna in un thriller adrenalinico grazie a un accordo fra AMC (il network della serie), Netflix (la piattaforma di streaming online che carica le puntate poco dopo la messa in onda) e la 20th Century Fox.

Eccola tornata in pista, la detective Sarah Linden (una Mireille Enos in odore di Golden Globe, Emmy e qualsivoglia premiazione televisiva) accanto a quella macchietta di Stephen Holder (Joel Kinnaman). Quest'anno è risucchiata da un caso che già aveva monopolizzato la sua quotidianità nel 2009 e che è apparentemente connesso alla carneficina consumatasi in città: Seattle è piagata da una scia di sangue che attenta alle attività di streetwalker e alla vita raminga di ragazzini di strada; il modus operandi – dita spezzate, anelli trafugati – getta una nuova luce sul vecchio caso di Linden, insinuando il dubbio che il killer sia ancora a piede libero.
Ne deriva un noir al fulmicotone che non si assopisce, boccheggiante e zoppicante, come la criticatissima stagione due, “troppo lenta” a dire dei viewers che hanno mollato lungo il tragitto. In un crescendo di colpi scena, il telespettatore viene proiettato prepotentemente in un turbine di desolazione, angoscia e speranza che non lascia indifferente: difficile riemergervi senza un groppo in gola o un pervasivo senso di nausea. Perché “The Killing 3” ha aggiustato il tiro, calibrando trama e personaggi, entrambi sottilmente curati.

Sul fronte newcomer, ci sono: Bullet (Bex Taylor-Klaus), giovane vagabonda che sotto una scorza dura nasconde un cuore d'oro riservato solo all'amica scomparsa Kallie, nelle cui ricerche si impegna anima e corpo; il presunto omicida Ray Seward (Peter Sarsgaard), che in procinto di essere giustiziato si scopre innocente; e Danette (Amy Seimetz), non proprio la mammina dell'anno, che le tenterebbe tutte per sbarazzarsi della figlia, salvo poi crollare una volta appresa la notizia della sparizione.
È stata di parola la showrunner Veena Sud, riavutasi dalle vessazioni per il primo finale aperto. Attingendo a piene mani da “Streetwise”, il film documentaristico del 1984 che racconta la gioventù bruciata di Seattle, e dalla cronaca – ispirandosi al serial killer Gary Ridgeway, che tra 1980 e 1990 operava tra Seattle, Tacoma e Washington – ha messo a punto storyline che rifuggono la prevedibilità, che spiazzano sempre e comunque, culminate in un finale action che non lascia spazio ai sentimentalismi – comunque ben accetti – dello scorso epilogo. E che si spera ammazzeranno ogni dubbio dei capoccia AMC sulla promozione al quarto anno.

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