Il cammello, l'ago e il mercato
12 Agosto Ago 2013 2255 12 agosto 2013

Berlusconi e quel furto ai danni dei soci di minoranza

La zuffa aperta dal Pdl sulla “agibilità politica” di Berlusconi ha avuto l’ampiamente voluta conseguenza di relegare in secondo piano i fatti, che a seguito della sentenza di Cassazione possono essere ora così descritti: il capo politico (e padrone assoluto) della Destra italiana, nonchè il più longevo premier della nostra storia repubblicana ha evaso il fisco e derubato i propri soci di minoranza per anni, anche mentre reggeva il massimo incarico statale.

A questo enorme scandalo, che riguarda pur sempre una persona singola, se ne somma un altro, più grave ancora, perché collettivo, anzi di massa: la Destra, la forza politica che ovunque nel mondo ha come propria bandiera «Legge e ordine», in Italia si caratterizza per il proprio netto rifiuto dell’una e dell’altro.
La natura intrinsecamente proprietaria del Pdl e la sua sostanziale antidemocraticità non potevano che condurre a questo esito, davvero sciagurato, per il Paese tutto: una jacquerie che rifiuta i simboli stessi dell’autorità statale, arroccata a difesa di uno degli uomini più ricchi d’Italia. 

La “caciara” provvidenzialmente sollevata dai sudditi di Mister B è, insomma, ancor più grave delle sue malefatte, e come tale è vista ovunque nel mondo; nel microcosmo delle nostre cronache politiche, quello che riempie giornali e Tv come se il mondo finisse fra Roma, Arcore e Villa Certosa, questa realtà purtroppo non filtra. Essa però ha inferto colpi durissimi alla credibilità di un Paese che non pare percepire la gravità di tali comportamenti, ispirati alla logica del più becero tifo calcistico: anche se il “mio” difensore abbatte l’attaccante avversario in area, non è rigore, perché la “mia” squadra ha sempre ragione.
Quanto alla “agibilità politica”, è stato giustamente rilevato che Richard Nixon fu costretto alle dimissioni, per uno scandalo politico legato a intercettazioni illegali ai danni di avversari politici, poco tempo dopo una vittoria elettorale “a valanga”. Nessuno osò allora dire che i suoi comportamenti erano al di sopra della legge per via del consenso popolare da lui appena ottenuto!

L’aspetto più esorbitante delle richieste di grazia per Mister B è che esse non si accompagnano al riconoscimento dei reati acclarati e alla promessa dell’uscita di scena, ma pretendono invece il lavacro solo per potersi ripresentare, lindo come niente fosse, alla prossima elezione. Cedere su questo piano sarebbe inammissibile in uno Stato democratico.

Se torniamo al merito, l’aspetto più ignorato della verità giudiziaria stabilita dalla Cassazione è il danno ai soci di minoranza. Mentre accumulava fondi neri con l’aiuto di compiacenti intermediari esteri da cui Mediaset comprava a costi maggiorati i diritti Tv, Mister B si appropriava, facendo la cresta, di soldi che avrebbe dovuto lasciare in Mediaset e quindi spartire con i soci di questa.
Di qui i danni che alcuni investitori istituzionali potrebbero ora reclamare, a seguito del passaggio in giudicato della sentenza; danni che avrebbero importi ben maggiori di quelli, tutto sommato esigui, citati nella sentenza, ai cui effetti sono sfuggiti solo perché prescritti.

C’è purtroppo qualcosa d’altro da aggiungere, e questo altro non riguarda Mister B, ma tanti imprenditori italiani, fra i quali il furto ai danni dei soci di minoranza non è un peccato mortale, al più veniale; (al pari dei peccadillos di Mister B, dei quali sfugge la gravità non morale - quelli sono affari suoi - bensì politica, per via dei ricatti ai quali essi espongono chi dia il proprio cellulare all’ultima prostituta brasiliana).

Purtroppo, questo è il punto, Mister B non era il solo a depredare l’impresa a proprio vantaggio; quella di fare la cresta ai danni dell’impresa per accumulare fondi neri all’estero è prassi ampiamente seguita da tanti nostri imprenditori. In società sia quotate, dove sono danneggiati anche i soci di minoranza, sia non quotate, dove a restare fregato è solo il fisco. Questa deteriore prassi emerge regolarmente quando qualche grande nome cade nella polvere, senza che dall’ambiente imprenditoriale si levino forti voci a difesa del buon nome della categoria: è un vero peccato, perché tale malcostume è sì diffuso, ma non generalizzato, come il silenzio farebbe pensare. È questo retroterra a spiegare la generale disattenzione per la cresta ai danni dei soci di minoranza.

Spetterebbe invece ai tanti imprenditori capaci ed onesti del nostro Paese alzare forte e chiara la loro voce. Sarebbe il solo modo per gridare al mondo che non è vero che sono “tutti uguali, tutti rubano alla stessa maniera”, come cantava in una sua bella canzone, La storia siamo noi, Francesco De Gregori. Quando accadrà, saremo un Paese migliore.

Twitter: @bragantini_

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