Francesco Grillo
Il grillo parlante
13 Agosto Ago 2013 1816 13 agosto 2013

Il nodo della intoccabilità dei dipendenti pubblici

Stavolta il Governo sembrerebbe intenzionato ad affrontare la madre di tutte le battaglie. Ridurre di duecentomila unità i dipendenti della pubblica amministrazione tra quelli costretti a rimanere in organico per effetto dell’aumento dell’età pensionabile, può sembrare l’inizio di quella riduzione della spesa pubblica che la matematica suggerisce essere l’unica leva realistica per ridurre le tasse e svegliare un Paese fermo da vent’anni.

Tuttavia, il pericolo è sempre quello di annunci che non sono seguiti da una strategia complessiva che ci consenta di affrontare in maniera strutturale il problema: quello di una riforma complessiva del pubblico impiego che renda tecnicamente possibile non solo il dimagrimento della macchina statale, ma un suo miglioramento drastico in termini di qualità dei servizi forniti ai cittadini ed efficienza. Per riuscirci bisogna avere il coraggio di mettere in discussione la intoccabilità del posto pubblico ed è necessario trovare le parole per spiegare che ciò serve anche a salvare le amministrazioni pubbliche da un processo di invecchiamento inarrestabile e i sindacati dal pericolo di rimanere arroccati nella difesa di privilegi che ne tradiscono la natura.

È quella del pubblico impiego, la riforma che qualcuno dovrà affrontare se si vuole aumentare la quota finora sempre assai bassa di spesa pubblica “aggredibile” da una qualsiasi revisione: altrimenti gli sforzi titanici di un qualsiasi Bondi non potranno che continuare ad agire al “margine” del problema. Anzi, piuttosto che legare le sorti di un intero Governo ad una difficilissima riforma dell’articolo diciotto, più importante sarebbe stato chiarire l’anno scorso che quell’articolo - anche nella formulazione vigente prima dei cambiamenti introdotti dalla Fornero – si sarebbe, da quel momento, applicato in maniera uguale al settore pubblico, così come a quello privato.

Esistono almeno due motivi per i quali è urgente che ciò sia finalmente stabilito in maniera definitiva.

In primo luogo, per oggettivi motivi economici: è fondamentale chiarire che nel caso di dissesto di un ente, di abolizione di livelli istituzionali o, comunque, di forte difficoltà finanziaria, non sono più intoccabili i posti di lavoro che quello specifico Ente contiene. Del resto, quello che nessuno dice è che con le attuali norme la stessa cancellazione delle province rischia di avere effetti persino negativi: gli unici risparmi sarebbero quelli (qualche punto del costo totale) delle assemblee elettive; il personale rimarrebbe allocato alle stesse funzioni con stipendi maggiori se fosse spostato alle Regioni che pagano meglio i propri dipendenti.

In secondo luogo, la questione va posta per ragioni legate alla prestazione individuale o di gruppi di lavoro: appare davvero paradossale che siamo spesso costretti a tenerci dirigenti – ad esempio quelli che hanno gestito i fondi strutturali nelle Regioni del Sud o molti beni culturali - che bloccano con la propria inattività o inadeguatezza processi di sviluppo che riguardano milioni di cittadini italiani. Ed, in questo senso, un ragionamento serio sul pubblico impiego dovrebbe far riflettere i Sindacati che la difesa dell’intera categoria ha l’effetto perverso di difendere posizioni che costano a tutti quote importanti della crescita e della equità.

Certo un’equiparazione tra pubblico e privato non può essere fatta in maniera troppo semplicistica per evitare le trappole tese da chi è pronto ad agitare la carta costituzionale per tradirne i suoi principi: del pubblico impiego va salvaguardata l’imparzialità ed una dose di indipendenza rispetto al politico che è una delle basi più importanti di uno Stato di diritto. E, tuttavia, ciò non significa che nel pubblico non si debba rispondere – anche a costo della propria carriera – dei risultati: significa “solo” che tra i risultati da conseguire deve esserci, sempre, anche quello della parità di trattamento di cittadini diversi, affianco alla misurazione del conseguimento di obiettivi – ragionevoli, misurabili – che gli eletti dovessero indicare nel proprio patto con gli elettori.

Ma dalla fine del tabù, a beneficiarne sarebbe la stessa amministrazione pubblica italiana che da anni è costretta a dimagrire usando come unica leva quella del blocco delle nuove assunzioni condannando sé stessa a morire letteralmente di vecchiaia. Non è, del resto, sbalorditivo diminuire in tre anni, come vuole il Governo, il numero di dipendenti pubblici di duecentomila unità: negli ultimi due anni quel numero si era già ridotto di centoventimila persone e, comunque, l’incidenza del pubblico impiego sul numero totale degli occupati non è in Italia superiore a quella degli altri Paesi europei. Il problema enorme è, invece, che in nessun altro Paese, in nessun altro comparto produttivo italiano, l’età media (aumentata – secondo l’ARAN - in cinque anni negli ultimi dieci!) è così elevata come per la Pubblica Amministrazione italiana: più della metà dei dipendenti ha più di cinquanta anni.

L’unico antidoto possibile è però sempre quello: dare agilità all’elefante, premiandolo se corre e insegnandogli a gestire il rischio che è parte integrante di una società complessa. Anche per un’amministrazione pubblica.

L’assunzione che tutti i governi hanno, finora, fatto è che una proposta di questo genere sarebbe, in assoluto, la più costosa dal punto di vista politico. Eppure tutti i governi su questa non scelta hanno regolarmente costruito la propria sconfitta politica che è incapacità di costruire soluzioni alla crisi di uno Stato malato. Ed, invece, se ci fosse qualcuno capace di comunicare chiaramente perché la madre di tutte le scelte è indispensabile persino per chi non può vivere per sempre stando sulla difensiva, trasformeremmo la politica in un atto di responsabilità collettivo: che è l’unico modo per uscire dalla crisi.

Articolo pubblicato su Il Messaggero del 13 Agosto

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