Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
14 Agosto Ago 2013 1119 14 agosto 2013

La Biennale Teatro 2013 e i suoi spettatori

(un collage di immagini dagli spettacoli della BiennaleTeatro 2013 di ©Futura Tittaferrante)

Si è da poco chiusa la BiennaleTeatro 2013, con un bilancio sostanzialmente più che positivo: non sono mancate critiche, e commenti al vetriolo – come è pure normale che sia – ma l’impresa, in generale, può valutarsi riuscita.
Laboratori affollatissimi, spettacoli pieni (d’agosto, a Venezia, ha del miracoloso), la presenza per un lungo periodo in città di maestri del teatro internazionale, che potevi incontrare al bar o sul vaporetto: questi i punti di forza del progetto del catalano Alex Rigola, direttore artistico.
Per quel che mi riguarda, ho lavorato per la Biennale – con un laboratorio di scrittura critica, con un manipolo di giovani e dinamici “redattori”, destinato alla realizzazione del daily del Festival, chiamato LaTempesta – e dunque mi asterrò, qui, dal recensire gli spettacoli in cartellone.
Mi piace, però, provare a fare una carrellata attraverso i titoli in programma, per riflettere velocemente sul ruolo che lo “spettatore” ha assunto di volta in volta.
Di fatto, l’attenzione sistematica alla “ricezione” è la frontiera su cui, da tempo, si interrogano e si confrontano artisti e studiosi. Chi è quel tipo seduto là, in platea? Che fa? E per un critico – che è anche spettatore professionista – simili domande sono fondanti. E mentre già Umberto Eco si interrogava sul “lettore modello”, qui, al contrario, abbiamo “modelli di spettatori” diversissimi: non solo quelli che dormono in platea o quelli che piangono commossi, quanto piuttosto nuovi spettatori, partecipi e attivi.
Già altri festival, questa estate, hanno posto al centro della loro analisi il ruolo dello “spettatore emancipato”, seconda la definizione di Jacques Rancière. Ma alla Biennale, complice la presenza dei grandi protagonisti della scena europea – da Castellucci a Ostermeier, da Lupa a Liddell, da Lauwers a Peeping Tom a molti altri – la faccenda si è fatta ancora più articolata. Proviamo, dunque, a riflettere su alcuni esempi.
È uno spettatore-testimone, quello che ha cercato Alex Rigola: testimone dell’inchiesta, del poliziesco, che il regista ha tratto da un breve e vivace racconto di Roberto Bolaño, El policia de las ratas. Noir ambientato nelle fogne, che ha per protagonista un investigatore-topo sulle tracce di un serial killer, per una indagine che scandaglia, amaramente, i risvolti cupi dell’animo umano, più che topesco.
Cercano un pubblico-bambino, allegro compagno di giochi, lo spagnolo David Espinosa e gli italiani Accademia degli Artefatti. Il primo perché mette attorno a un tavolo, con tanto di binocolo, i venti spettatori selezionati ad assistere a Mi Gran Obra, lavoro costruito in scala, mondo in miniatura tipo “Subbuteo”, con soldatini o pupazzetti mossi sapientemente dall’artista spagnolo a evocare cicli vitali, isole caraibiche, comizi presidenziali con omicidio finale o orge fragorose: il tutto però condito da un’amarezza, sottotraccia che agguanta come un groppo in gola. Gli Artefatti di Fabrizio Arcuri, invece, allestiscono il progetto “I, Shakespeare”, dell’inglese Tim Crouch, racconto in più capitoli in cui prendono la parola alcuni tra i personaggi minori del Bardo, come Cinna, Banquo, Fiordipisello o Calibano. Sono autopresentazioni di questi personaggi, còlti in divenire, dal sapore didattico, che chiedono sostegno e partecipazione giocata del pubblico, con guizzi di intelligenza, ma non sempre riuscitissime.
Cerca uno spettatore convinto e militante la compagnia Motus, con Nella Tempesta, variazione sul classico shakespeariano improntata ai temi della rivolta, del bene comune, della solidarietà umana. Lavoro ancora aperto, sicuramente da assestare, soprattutto per quel che riguarda quella dialettica verità-finzione (parla l’attore o parla il personaggio?) quella “finta” quotidianità non priva di retorica, che rende tutto un po’ stucchevole.
È definitivamente uno spettatore-vittima quello che si espone all’incontinenza verbale, fisica, filosofica, visiva, teatrale di Angelica Liddell. L’artista spagnoa, Leone d’argento 2013, aggredisce la platea con un magma ribollente di invettive, digressioni, fantasie, sogni, incubi, maledizioni. Attraversando e reinventando completamente la partitura del Riccardo III di Shakespeare, con El año de Ricardo – spettacolo del 2005 – la Liddell conferma la sua dote creativa assoluta, capace di mettere assieme Artaud e Carmelo Bene, Pasolini e Sarah Kane. Ma non c’è scampo, per il povero spettatore, di fronte a tanta performance: può solo subire, in silenzio, e fustigarsi.
Romeo Castellucci, Leone d’oro 2013, pur presentando solo l’esito di un laboratorio su "Natura e origine della mente”, conferma le sue doti divinatorie: procede per oracoli visivi e visionari, per messaggi oscuri, per conturbanti dissociazioni e associazioni letterarie o poetiche. Lo spettatore sperduto, circondato da un strano “popolo delle sei dita”, è come quella figura sospesa nel vuoto, che è al centro della sala: appesa per un dito, sul punto di cedere. Sta al pubblico, dice Castellucci, ricomporre i frammenti, i lacerti, le immagini: il palcoscenico definitivo è proprio la mente di quello spettatore che si aggira curioso nella sala, tentando di dare senso a quanto sta vivendo, provando, intuendo, ascoltando.
Ed è, infine, uno spettatore-giudice, quello coinvolto da Thomas Ostermeier nella sequenza portante il suo adattamento del Nemico del popolo di Ibsen. Lavoro straordinario, per forza e lucidità, per bellezza, ritmo, soluzioni, il testo classico si apre acutamente alle contraddizioni dell’oggi. Di fatto, l’orazione del protagonista Stockmann è qui sostituita da brani del testo anarco-insurrezionalista “L’insurrection qui vient” e il dibattito che ne segue coinvolge – in una improvvisazione sistematica e fantastica – tutto il pubblico. Così tra “sospensione dell’incredulità” (c’è, in platea, chi parla ai personaggi e non agli attori) e impeto militante, si arriva a parlare dell’Ilva di Taranto o del governo, di fascismo e democrazia: il tutto in un filologico e potentissimo attraversamento del classico di Ibsen.
Infine, lo spettatore-atleta: itinerante e camminante, pellegrino rabdomante sotto il sole dell’isola della Giudecca, a correre da uno spazio all’altro, inseguendo i capitoli di “Shakespearex5”, progetto conclusivo della Biennale Teatro.
Cinque i maestri coinvolti (Carrizo, Lauwers, Liddell, Lupa, Tolcachir), per altrettanti esiti di laboratori tenuti sugli eterni personaggi shakespeariani, dal Amleto e Ofelia a Macbeth a Lear fino allo “Stupro di Lucrezia”. Zapping dei sentimenti e delle poetiche, pastiche emotivo a distanza ravvicinata, frullatore di codici e metodi, “Shakespearex5” ha regalato allo spettatore visioni folgoranti, dubbi amletici, tensioni disturbanti, ma anche soluzioni semplicistiche, perplessità latenti, sorrisi scoraggianti. E però nella fucina dei cinque workshop, lo spettatore attento ha trovato talenti, sorprese, bellezze: attori e attrici solidi, di cui si sentirà certo parlare presto.
Una nota a parte merita lo spettatore-affamato: a Venezia, d’agosto, dopo le 22 non si cena. Con buona pace di quanti, spettatori appassionati, si ostinano ad andare a teatro.

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