Gianmaria Tammaro
’O pernacchio
16 Agosto Ago 2013 0624 16 agosto 2013

Ponticelli: un motoscafo tra i cumuli di spazzatura

Per andare a Ponticelli, devi pigliare la tangenziale. Dopo rettifili e strade senza nome, la vedi: ponti altissimi che sbucano da cumuli di monnezza enormi, come ninfee in mezzo ad uno stagno. C’è questo odore nell’aria: un misto di plastica, putridume e fumo. Sei all’ingresso del quartiere, eppure è come se fossi già nel vivo: tanta spazzatura, ti dici, non puoi trovarla altrove se non in pieno centro abitato. E invece no: è l’ennesima discarica a cielo aperto di cui Comune, Regione e Istituzioni varie sembrano essersi dimenticate. Per uno che viene da Napoli, c’è poco da ridere. Non nego però che basta questo, la curva, le prime vette di nero plastificato, per farmi sorridere. Un sorriso amaro, sconfitto. Un sorriso che sottintende tante e tante domande. Prima tra tutte: ma nessuno si accorge di quello che c’è qui fuori?

Mano mano che scendi, ti accorgi che quello che hai visto prima, mentre seguivi ancora il rettifilo, non è niente. La monnezza non finiva certo lì. Ce ne è ancora e in parte – lo senti dalla puzza – sta anche bruciando. In tantissimi, in questi mesi, tra blog e giornali, hanno denunciato la cosa. Sul serio: non c’è stato giorno senza che abbia letto qualcosa a riguardo. Eppure siamo arrivati comunque all’estremo, alla cosiddetta goccia che fa traboccare il vaso: tra monnezza, sacchetti di plastica e mobili da smaltire, è comparso anche un motoscafo. Un bi-posto, di quelli veloci che corrono sul pelo dell’acqua, senza cabina. Niente vetri, una carcassa abbandonata come fosse un pacco di cartoni o un passeggino rotto. Di solito, quando si tratta di "grandi rifiuti", si lasciano un numero ed un cartello vicino: per aiutare la raccolta. Questa volta niente, nemmeno un "mi dispiace, ma non sapevo dove metterlo".

Dal Comune e dintorni silenzio. Dagli abitanti indignazione ma anche – secondo me – omertà. Perché è difficile non vedere uno che ti scarica un motoscafo di fronte casa, l’abbia fatto di notte o di giorno. Si vive di stenti e ci si lamenta. È normale, succede così ovunque: è la solita storia della volpe con l’uva. Tutti, chi più e chi meno, hanno le loro colpe. A cominciare dalla politica, che s’è fatta eleggere nel segno del cambiamento e che oggi, stanca e sopraffatta, stenta a mantenere anche mezza delle sue promesse; e per finire con la gente, la popolazione, i cittadini. Come combatti contro una cosa del genere? Come combatti contro l’idea che è giusto scaricare un motoscafo in un quartiere affollato, dove la monnezza la fa già da padrona? E soprattutto: come lo spieghi che anche questa, tra le tante disgrazie che stanno colpendo il napoletano, non era prevedibile?

Si vuole fare la differenziata, ma non si vigila. La scusa è che mancano gli uomini. Allora metteteci qualcun altro, la municipale magari, vicino ai cassonetti. No, perché non sono qualificati. Non è questo il loro lavoro. Sta al cittadino. Al cittadino, già: come quando la mamma o il papà se la prendono con il bambino perché non ha saputo fare quello che gli dicevano. Come pretendere che un uomo che ha vissuto per anni ed anni su una sedia a rotelle ricominci a camminare come se non fosse passato un solo giorno da quando correva. Non si può giocare al rilancio delle colpe, non su questo e non in questo modo. O la prossima volta, in mezzo alla strada, non ci sarà un motoscafo ma una flotta intera.

Twitter: @jan_novantuno

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