Le cinéma autrement
18 Agosto Ago 2013 1637 18 agosto 2013

Frontalieri del cinema. Locarno 2013

Cinque cose cinque sul Festival che si è appena concluso.

Quando ho detto ai miei amici che andavo a Locarno per il Festival, in molti mi hanno chiesto "Ma festival di che? Musica?" Molti di questi erano inglesi - pare che per loro la Svizzera sia ancora montagne, cioccolato e orologi a cucù. Strano davvero, per un evento cinematografico che ha una lunga tradizione (la prima edizione risale al 1946) e lo schermo per le proiezioni all'aperto più grande d'Europa. È la terza volta che ci vado, la prima con un accredito stampa - le recensioni potete pescare da Stanze di Cinema, qui qualche riflessione sull’edizione 2013.

1. Dal 1968, la mascotte del Festival è un Pardo. Che vuol dire fantasie maculate su sfondo giallo acceso, dappertutto. Non solo sul merchandise (ombrelli per la pioggia compresi), ma in tutti i negozi e gli spazi pubblici. Non si direbbe, ma con la pulitina, ordinatina Svizzera Italiana si mescola gran bene.

2. Speravo di trovare una straccio di pensione, un alberghetto che mi potesse ospitare, invece niente. Tutto prenotato per i dieci giorni di Festival, eccezion fatta per qualche materasso spaiato negli ostelli. E quando gli addetti stampa abbandonano la sala storditi da sei ore consecutive di proiezione, vanno a riempire i carissimi bar e ristoranti svizzeri per pranzo e per cena. Investire nella cultura (anche in quella cinematografica) fa girare l'economia.

3. A Locarno nessuno strafa - o meglio, nessuno si vanta di strafare. È un Festival di dimensioni medie, che offre a chiunque la possibilità non solo di incrociare, ma addirittura di discutere con celebrities altrimenti irraggiungibili – e non parlo solo degli animali da Festival, attori attrici starlette di dubbio talento che son lì per vedere e farsi vedere, ma di fior fior di personalità cinematografiche.

4. Tutti son capaci di parlare di avanguardia, cinema di frontiera, e via sperimentando. Locarno ha tre sezioni principali con concorso annesso: la selezione officiale, il premio Cineasti del Presente, e il premio Pardi di Domani. La competizione è feroce, perché la qualità dei titoli è in media molto alta senza essere falsata dal “grande nome” (spesso estraneo al mercato europeo) che fa da specchietto per le allodole per la stampa – che degli eventi cinematografici documenta ormai solo il glamour e il gossip.

5. I critici guardano tutti i film, per intero. E se un film è brutto non applaudono alla fine, ma lasciano la sala in silenzio, demoralizzati, tirandosi delle occhiate oblique all'uscita che sembrano dire “Anche tu hai appena visto quello che ho visto io?” Sarò un’inguaribile romantica, ma questo autentico dispiacere mi riscalda il cuore: il cinema non è solo industria, non è solo arte, ma è soprattutto un’esperienza collettiva su cui tutti possiamo (e dobbiamo) dire qualcosa. I film brutti fanno male al cinema, i film di qualità fanno bene a tutti.

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