Cosimo Pacciani
La City dei Tartari
22 Agosto Ago 2013 0921 22 agosto 2013

K-Way, Che vuoi da me?


Fra Haymarket e St. Andrew Square, nelle frange del Fringe di Edimburgo, fra attori famosissimi che parlano con studenti di dizione e fra persone che si rotolano sui prati recitando Sarah Kane, come se posseduti dallo spirito della Settima Arte, appare il K-Way. E' lui, ne sono sicuro, anche se, come un Dodo dell'abbigliamento, lo pensavo estinto da almeno venti anni. Riconosco la pallina di stoffa o di qualche sostanza fra il cellophane e il cotone. E riconosco la cinghia dai colori inconfondibili, blu, bianco ed arancione. Un esemplare vintage, attorno alla vita di un signore che avra' una settantina d'anni, come mio padre. Solo che il mio genitore e' passato al goretex ed a tutti i tessuti iperrealistici, che sudano e cantano le osterie per te, di questi anni afoni. Il signore sembra uscito da uno squilibrio spazio-temporale, una specie di Donnie Darko dell'abbigliamento. E il K-Way sembra una coda di un coniglio astruso, quasi simile alle piccole lepri che abbondano nei giardini scozzesi. Una gioiosa infestazione.

Edimburgo e' un posto strano, misterico e nobile nei giorni normali, immaginatevi durante il Festival. Io sono appena atterrato e sono sceso a fare due passi e, in gessato e cravatta, in meno di cinquecento metri di vagabondare, mi hanno gia' chiesto in tre se sia un comedian, un attore. Ad uno ho risposto di si, ma che faccio solo roba pesa, sulla crisi finanziaria, tragedie insomma.

Ma lo sguardo ora torna sul K-Way, ne sono mesmerizzato, un'apparizione. So che continuano a produrli, questi impermeabili francesi, ma rimangono, nella mia testa, ancorati a quel periodo della loro esplosione commerciale, come i piumini Ciesse e le felpe della Best Company. Per i piu' giovani, il K-Way alla fine degli anni Settanta fu una vera e propria rivoluzione, un po' come il pane per i toast. Apri' il nostro mondo al viaggio, ci difendeva dalla pioggia, creando, a contatto con il corpo, un effetto tipo domopak su una fetta di prosciutto lasciata al sole. Si sudava, come a fare Yoga Vikhram, ma intanto non si sentiva il vento. Salvo alzare le ascelle, dove alcuni modelli avevano dei fori per l'aerazione, e lasciarsi gelare il sudore del corpo dalle varie bore, tramontane e refoli improvvisi.

Il K-Way era anche un'arma, per chi sapeva farlo roteare con veemenza, per poi sbatterlo all'uopo su schiene, culi e tempie dell'avversario. Una specie di mazza ferrata. I primi modelli avevano la cinghia di metallo e si raccontava con terrore alle elementari di persone uccise sul colpo da quel ferretto ondulato, un piccolo classico del design. Oppure, veniva usato come catapulta per bolidi piu' grandi. Due lo arreggevano ed un terzo esecutore materiale lanciava libri, compassi, lattine vuote. Oppure veniva usato come strumento di tortura, quando al malcapitato, ignaro di tutto, veniva afferrato lo zuccottino, veniva tirato e rilasciato, provocando ecchimosi su schiena e fianchi. Se uno se ne accorgeva, la cosa migliore era sganciarlo, facendo rovinare gli aguzzini a terra e scatenando una piu' formale zuffa.

Ed il K-Way era anche una piccola stiva personale, per quella generazione che rifiutava il borsello di pelle, appena prima dell'esplosione dell'Invicta. Si infilava dentro la zip di tutto, panini, portafogli, cioccolate. E spesso ci si rendeva conto di queste risorse tesaurizzate quando gia' muffa o vermi avevano proliferato, nella terra di nessuno del 'dentro il K-Way'. Un luogo perfetto per celare i documenti dell'Ambrosiano, altro che una valigia di pelle. I maestri zen del K-Way riuscivano ad infilarci abiti per tre giorni e forme da mezzo chilo di parmigiano. Roba che la Ryanair ci moriva. La combinazione di giacca K-Way, scarpe Superga e zainetto Invicta erano meglio di un passaporto per gli Italiani. Ci riconoscevamo ovunque, dalle Piramidi alle foci di fiumi oscuri argentini. Il K-Way ha dimostrato tutta la sua artigianale e geniale avventuriera inadeguatezza di fronte ad ogni clima del pianeta. I piu' hipster lo sostituirono con piumini dai colori e dalle densita' belliche o con l'Invictella, che era un foglio di plastica, di fatto, con un buco. La usavi una volta, la accartocciavi dentro lo zaino ed a quel punto era una scultura modernista, non piu' districabile, un'immagine congelata di un bel momento, alla fine di una escursione.

Il K-Way, invece, tornava a ricomporsi dentro la sua pochette e lo si metteva alla vita, una specie di scroto posteriore. Qualcuno si ostinava a portarlo come una borsetta, alle spalle, altri lo mettevano dentro una borsa, riducendone la praticita' della sua collocazione inguinale. Intanto il K-Way viaggiava e raccontava la nostra voglia di avventura, di viaggio, ma con tutti i comfort della modernita' occidentale.

L'Italia del K-Way era quella delle ultime vampate del terrorismo nostrano, delle gite scolastiche sui torpedoni senza aria condizionata e del pentapartito. Un'Italia sempre meno ingenua, la sua innocenza resa arguzia ed istinto di sopravvivenza nel sangue degli intrighi fra Roma, Mosca e Washington. Un paese dove era cominciata la piu' grande rappresentazione di un potere posticcio e subdolo mai avvenuta prima. Vederlo riapparire nel mezzo del festival di Edimburgo mi ha messo il dubbio che, magari, quello era semplicemente un attore con un prop, un attrezzo di scena. Per un racconto ironico ed amaro di quel paese ingenuamente pronto ad essere demoralizzato da altri trenta anni di cattivo teatro politico, quella fissita' istituzionale e decadenza morale in cui siamo cresciuti, dove ci hanno dato i mezzi per viaggiare ma non la speranza per costruire e sperare di cambiare, facendoci sempre credere dei junior della vita e delle cose importanti. La generazione K-Way/Interrail, poi tramutata in quella Erasmus, quella fuga verso l'esterno o verso l'interno della politica e della societa'.

Una generazione quasi senza tempo per accadere, come la coppia del K-Way, traslata dal 1982 ad oggi. Mentre provavo a raggiungere la coppia, per chiedergli se, trenta anni fa, quando comprarono quel K-Way, avrebbero desiderato un paese come quello di ora, un tipo mi ha fermato, chiedendomi se fossi stato Nonsochi McNonsochecosa. Ho fatto appena in tempo a rispondere con un emoticon che diceva piu' meno 'kindly, WTF', che i due erano dissolti, scomparsi tra i vicoli della misterica citta' di pietre scure.

Quindi l'appello, se i vostri genitori o nonni erano ad Edimburgo e sono portatori sani di K-Way, me lo fate sapere?

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'Tempus Fugit' mi scrive l'amico Enio, a proposito della morte del nostro parroco, ottagenuario e malato da tempo, don Silvano Salvadori. Era uno di quei preti del contado fiorentino, ben educato e lievemente iconoclasta ed ironico. Io ed Enio facevamo i chierichetti e, se potessimo sederci da qualche parte, avremmo materiale di storie a bizzeffe. Come quando, perche' in ritardo, mi misi a correre nella navata della chiesa, arrivando affannato e accaldato, appena prima dell'inizio di un funerale. E don Silvano mi ammoni' sardonico 'Cosimo, tranquillo che questo non si chiama Lazzaro, non scappa!". Forse indossavo un K-Way.

"Napster wasn't a failure. I changed the music industry for better and for always. It may not have been good business but it pissed a lot of people off. And isn't that what your facemash was about? They're scared of me pal and they're gonna be scared of you. What the VC's wanted to say "Good idea, kid. Grown ups will take it from here". But not this time. This is our time. This time you're gonna...you're gonna hand 'em a business card that says "I'm CEO Bitch". That's what I want for you."

Sean Parker a Mark Zuckerberg in 'The Social Network'

Soundtrack

Cochi e Renato - La Vita, La Vita
www.youtube.com/watch?v=FuXXzYoJqN0

Franco Battiato - L'Era del Cinghiale Bianco
www.youtube.com/watch?v=q2QjxWtN3vg

Skids - The Saints are coming
www.youtube.com/watch?v=wT9eQ2smjUMaints

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