Marco Giovanniello
Rotta verso il mercato
22 Agosto Ago 2013 0020 21 agosto 2013

Sprovincializzare l’Italia o morire

Premetto che il pezzo è “estivo” e chiedo anticipatamente venia per l’inevitabile superficialità, tuttavia il tema è serio. Come molti Italiani ho scelto di passare le vacanze lontano dal nostro problematico Paese e parte dell’esperienza è osservare le differenze con altri Paesi più o meno ricchi, ma meno problematici o, come dicono gli anglosassoni, meno o per niente “disfunctional”. Se anni fa tornavo a casa pieno di ammirazione per i prati curati e le civili code della verde Inghilterra, sempre più spesso ora noto che le nostre particolarità negative ci distinguono non solo da un ristretto numero di Paesi, quelli che chiamavamo "Europa" ai tempi dell’ingresso nell’euro, ma dalla maggioranza dei Paesi "normali". La prima cosa da notare è che, anche questa volta, ho trovato qualcuno che si è mostrato stupito perché parlo inglese. Succede sempre, dalla Birmania all" Australia alla Namibia, i turisti italiani che sfuggono ai viaggi organizzati evidentemente se la cavano peggio in inglese della maggioranza degli altri. Quando leggo online i nostri giornali, vedo un’abnorme concentrazione di notizie italiane, anzi della politica italiana, che per i nostri media sembra essere il perno del mondo. Visto dagli antipodi, il caso Berlusconi non è così importante come lo racconta la nostra stampa e non è l’unico problema dell’Italia. Credo che uno sforzo maggiore nella pratica di altre lingue, in primis l’inglese, da parte della popolazione e di chi lavora nei media, potrebbe portarci ad aprire più frequentemente pagine straniere e accorgerci che, mentre noi discutiamo inutilmente di Berlusconi da vent’anni, il mondo si muove e al passo di corsa. A parte le rivolte che causano morti, il sangue fa sempre audience, a parte le vicende riproduttive della famiglia reale inglese, è difficile che trovino spazio nei nostri media le storie, i cambiamenti che avvengono altrove. Un esempio per tutti: gli Italiani non sanno in che cosa siano diversi dal nostro i Paesi del nord Europa che non hanno sperimentato una crisi economica uguale a quella in cui noi stiamo affogando. Perché la Germania va bene e l’Italia va male? La domanda sembra banale, ma dubito che più dell 1% dei nostri politici saprebbe rispondere in modo accettabile, perché vive e ragiona all’italiana e sa poco o nulla dell’Europa, per non parlare di altri Paesi più lontani che crescono molto, molto velocemente. I ragazzi britannici, certo avvantaggiati dalla lingua, sono soliti girare un anno per il mondo, nel cosiddetto gap year, magari trovando lavori temporanei qua e là, ma certamente tornando a casa con l’idea che Whitehall non è più il centro del mondo e che il futuro sta nel rapporto con tutti i Paesi, di cui la conoscenza è premessa basilare. A chi ha letto qualche volta quello che scrivo in tema di aviazione dico che da noi stiamo perdendo definitivamente una battaglia di retroguardia, perché invece di adattarci ai cambiamenti dell’aviazione mondiale, in cui gli anglosassoni hanno rivoluzionato quasi tutto, al comando di linee aeree dei loro Paesi, ma anche di quelle del Golfo, di Hong Kong eccetera, continuiamo ostinatamente a perpetuare il vecchio. In aviazione, come in tanti settori aperti alla concorrenza straniera, chi non si adatta scompare. Marchionne non ha purtroppo il dono della simpatia, ma nessuno in Italia gli chiede come potremmo aumentare la produzione, sui media si legge più spesso delle polemiche sui diritti dei lavoratori. Che lo faccia Camusso, di professione sindacalista, può essere giudicato miope, ma se lo fa Boldrini sappiamo con certezza che a capo della Camera c’è una persona mentalmente ancorata ad una vecchia mentalità massimalista perdente, che rifiuta di riconoscere che il primo diritto dei lavoratori è appunto lavorare, che il lavoro richiesto dalle aziende non può essere slegato dalle vendite e che, in definitiva, il diritto al lavoro dipende dalla capacità di convincere i consumatori di tutto il mondo ad acqusitare prodotti fabbricati in Italia e di convincere le aziende di tutto il mondo a produrre in Italia beni e servizi. Questo tema è drammaticamente assente dalle parole di sinistra e destra e Grillo non è diverso. Se un’azienda perde i suoi clienti non importa, tanto c’è la Cassa Integrazione o l’aiutino. Dopo aver guidato 4.600 chilometri senza mai vedere alcuno che commettesse infrazioni, perso il ricordo delle auto parcheggiate in seconda fila, anzi perso il ricordo delle auto parcheggiate, perché nelle vie trafficate non si parcheggia mai, è fin troppo banale osservare che è inutile prendersela se Berlusconi e la destra rifiutano di prendere atto di una sentenza definitiva e pretendono l’annullamento delle sue conseguenze, tutta l’Italia è abituata a non ubbidire alle regole, c’è un elevatissimo numero di persone che semplicemente se ne fregano, certe che non succederà nulla. È abbastanza bizzarro che il Ministro dei Trasporti, invece di constatare che da noi il Codice della Strada viene violato con una frequenza inconcepibile in un Paese civile, sia orgoglioso di aver ottenuto lo sconto per le multe pagate pronta cassa. L’Italia non uscirà da nessuna crisi se tutti gli Italiani non capiranno che è definitivamente tramontata l’era in cui il deficit pubblico poteva toccare il 12% del PIL come ai tempi di Craxi, ma anche l’era in cui si ignora il Codice della Strada, in cui chi guadagna può evadere le tasse, chi lavora può pretendere diritti senza doveri, in cui a scuola si va a lezione d’inglese senza bisogno però di impararlo, tanto la promozione è assicurata, in cui un politico condannato per aver rubato soldi al Fisco e ai suoi azionisti di minoranza può pretendere che la condanna sia irrilevante, anziché nascondersi per la vergogna. Il nostro problema è un lassismo esagerato, unito ad una provinciale superbia che ci impedisce di riconoscere quanto siamo inferiori in mille campi. Siamo moto fortunati, l’Italia è un Paese molto bello e tanti stranieri vengono a visitarlo, è bene che tanti di noi ricambino il favore e cerchino di capire, conoscendo altri Paesi, che la nostra tolleranza per le cose fatte all’italiana, lo sconto a chi non rispetta le regole, il cancro di organizzazioni criminali che controllano il territorio come non accade in nessun Paese europeo, sono malattie mortali che ci uccidono. Troppo comodo addossare tutte le colpe alla "casta", sprovincializziamoci e diamoci come obiettivo l’adeguamento ai migliori livelli altrui, la "best practice". Non rimane molto tempo.

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