Serena Cappelli
Non aprite quelle porte
24 Agosto Ago 2013 1344 24 agosto 2013

Lo strano mistero dell'outfit del turista

Credo sia la prima volta in tutta la mia vita che uso la parola outfit, ma volevo provare l'ebrezza di usare la terminologia cool per gente che ne sa, in modo da poter spuntare la casella “usare parole incomprensibili come Enzo e Carla” dalla mia lista delle cose da fare e poter parlare di vestiti senza essere accusata di essere rimasta ferma agli anni 80.

Se calcoliamo, poi, che la mia abituale compagna di viaggio un paio di mesi fa a San Pietroburgo, aprendo la sua valigia, mi ha detto «Mi piace andare in giro con te perché non devo preoccuparmi di portare cose carine», direi che io e la mia naturale eleganza siamo in una botte di ferro.
Ma non siamo le sole. A farci compagnia ci sono miriadi di turisti che, incomprensibilmente, quando visitano una città che non è la loro, adottano un look – ops, outfit – quantomeno stravagante. Il turista, non c'è niente da fare, spesso si veste da turista. Perché?

Perché quando siamo a Milano e ci alziamo alle cinque per andare a lavorare, stiamo fuori casa tutto il giorno e magari ci prendiamo pure un bell'aperitivo seguito da una cena a tarda ora, ci vestiamo normalmente e non ci curiamo del meteo, mentre quando siamo - che so - a Parigi e usciamo dall'albergo alle undici per rientrare alle quattro ci agghindiamo come se dovessimo scalare l'Everest e ci portiamo dietro pure il k-way?
Esatto, il k-way. Lo stesso k-way – e intendo proprio quello, non un suo erede – che le nostre madri ci ficcavano nello zainetto prima della gita scolastica, come se la pioggia fosse la peggiore delle catastrofi. Anche perché, poi, è vero che il simpatico giubbetto di vera plastica non ci farà prendere una goccia d'acqua, ma come la mettiamo con la temperatura interna tipo serra che ci farà sudare come dopo un'ora di corsa sotto il sole cocente?
Non basta, come facciamo gli altri 364 giorni dell'anno, aprire l'ombrello o infilare un cappello?

Cosa è che, nel momento in cui ci caliamo nei panni del turista medio, ci impedisce di ragionare?
Usiamo lo zainetto, abbiamo una paura folle del meteo, mettiamo fasce porta-soldi a contatto con le mutande, ci sentiamo Harrison Ford in Frantic e ci guardiamo intorno con fare circospetto per individuare il malavitoso che ci ruberà la paghetta, come se avessimo dimenticato che l'unica volta in cui ci hanno rapinato è stata una sera a Milano mentre tornavamo dal lavoro.
Forse, con il tramonto della guida cartacea a favore di tablet e smartphone, ci serve qualcosa che ci renda distinguibili dal volgo, per far capire meglio a tutti che siamo in ferie, alla faccia di quelli che lavorano. Tiè.
Ma tranquilli, siamo riconoscibilissimi comunque. Non siamo forse quelli che si fotografano i piedi con Instagram?

Piccolo episodio divertente di vita vissuta, che risale a quando lavoravo a Parigi.
Giardino del Lussemburgo, pausa pranzo, nessuna nuvola in cielo. Zia e nipote – armate di zainetto e ombrellini – studiano una cartina.

Zia: Voglio andare a vedere il castello.
Nipote: Quale?
Zia: Quello dove abitava Maria Antonietta. La Bastiglia.
Nipote: E dove è?
Zia (indicando un punto sulla cartina): Qui vicino. Sarà aperto anche in pausa pranzo?
Nipote: Ma sì, mica chiuderà.
Zia: Sì, ma io voglio essere sicura di poter entrare.
Nipote: Beh, proviamo.

Buon divertimento e mi raccomando gli ombrelli, perché se piove mi sa che, per quanto riguarda il tetto, lì al castello stanno un po' scarsini.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook