Alessandro Paris
Margini
26 Agosto Ago 2013 1415 26 agosto 2013

Di competenze e merito nella scuola: alcuni esempi

[Velasquez, Las Meninas, per un commento cfr: M. Foucault, Le parole e le cose, pp. 17-30.]

Da qualche parte su twitter leggevo, ieri, una serie di messaggi inneggianti al cosiddetto «merito» nella scuola. Mi sono ripromesso di non parlare qui direttamente del mio lavoro, e quindi non entrerò nello specifico, rimandando al magnifico numero 358 di «aut aut» e a questo articolo di Raimo.
Ma una cosa vorrei dirla, e non riguardante le mie materie (umanistiche). Ho un amico che a trentaquattro anni ha terminato un dottorato in ingegneria meccanica, in una delle più importanti università italiane. Se ho capito bene, ha elaborato un’equazione per un muscolo bionico. Durante il dottorato ha tenuto corsi di meccanica razionale, constatando, tra l’altro la differenza tra la preparazione degli studenti in entrata e il livello delle competenze richieste dall’esame rispetto al vecchio ordinamento, quello che lui aveva fatto anni prima. Dopo il dottorato, siccome non gli andava di trasferirsi all’estero, dove il suo professore lo aveva caldamente invitato ad andare per proseguire la carriera accademica, ha pensato bene di mettere a profitto il proprio titolo nelle aziende. Ha inviato curricoli un po’ qui e un po’ là in Italia, e tra le diverse proposte (non molte) ha optato per una azienda, dove lo hanno assunto con contratto temporaneo di apprendistato. Dopo il periodo canonico, l’azienda gli ha detto che non poteva assumerlo perché troppo qualificato per il ruolo che essa poteva offrire, nonché per indisponibilità a pagarlo secondo il suo effettivo valore certificato. Il mio amico si è rivolto a un’altra azienda, e stavolta il discorso glielo hanno fatto prima. Sei troppo preparato, non potremmo pagarti per quanto meriti.
Essendo il mio amico abbastanza orgoglioso, e d'altronde non disponendo di amicizie altolocate in campo aziendale e/o politico, non ha voluto farsi raccomandare per farsi assumere in una azienda. Così ha «ripiegato» nella scuola, dove da quattro anni insegna trovandosi molto bene, ma dove anche, non essendo abilitato, ha dovuto sottoporsi al recente Tfa indetto per ottenere questa qualifica. Le sue competenze per insegnare a scuola ci sono, e sono anche superiori a quelle necessarie, ma ovviamente la maggioranza di esse è inutilizzabile per il tipo di prestazione che gli è richiesta. Il suo merito eccede la possibilità di riconoscimento. Lui è contento così, nel caso specifico. Fossi stato in lui sarei emigrato, come la maggioranza dei suoi colleghi.
Anche nella mia scuola insegnano diversi dottori di ricerca, due in matematica, uno in fisica, uno in elettronica. Gli domandi perché abbiano scelto la scuola e ti rispondono raccontando percorsi analoghi a quelli del mio amico. Uno di loro mi ha anche detto che nella locale facoltà di matematica i bandi per i dottorati vanno deserti. La facoltà è sovvenzionata da una delle due maggiori Corporation americane che si occupa di informatica (non ne faccio il nome ma non si tratta di quella della mela, per intenderci), e per livello e fondi, dunque, si tratta di una istituzione d’élite. Eppure i dottorati vanno deserti. Da notare che quando questi amici hanno deciso di dedicarsi alla scuola hanno dovuto, come è richiesto, sobbarcarsi ulteriori corsi abilitanti o scuole tipo ssis.
Si parla di merito: bene. Il problema è che nella scuola non c’è necessità di questo merito, di queste competenze. E non perché esse non siano valide, ma perché, paradossalmente, lo sono troppo. Certo so anche io che non basta sapere, ma bisogna anche saper insegnare, ma si dà il caso che questi miei colleghi sappiano anche insegnare, siano amatissimi dagli studenti, che raggiungono spesso eccellenti risultati.
Mi si dirà: non è che un caso. Nella mia esperienza, tutti o quasi i colleghi giovani (=ovvero under 40, questo si intende per giovani nella scuola) sono preparati, entusiasti e motivati. E nemmeno vogliono essere pagati di più, a dire il vero. Si sentono dei privilegiati, in realtà, rispetto a moltissimi loro coetanei che , quando va bene, sbarcano il lunario saltando da contratto precario a contratto precario.
Forse sarebbero da ringraziare, e non con il generatore simbolico di valore che la società attuale sembra catalogare come unico: il denaro.
Basterebbe una stretta di mano, il “bravo!” di un sorriso, il riconoscimento di un caffè pagato.
E anche, forse, un utile silenzio, da parte di chi non conosce questa realtà, e parla, spesso in maniera non pertinente, di “merito”. Oppure, magari, crede che il Darfur sia un supermercato...

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