Anamorfosi
26 Agosto Ago 2013 0744 26 agosto 2013

"Mi ami? Ma quanto mi ami?"... Il complesso di Calimero

Nell’era del femminicidio, dell’uomo senza identità che uccide perché se perde lei non è più niente, della donna ridotta a corpo-organo senza sentimento e senza velo, com’è proprio della pornografia, scrivo qui parole “fuori dal coro”, ma che con la tragedia contemporanea hanno comunque a che fare.

“Fuori dal coro”, dico, perché prima di tutto, e lo sottolineo, sono semiserie, e in secondo luogo mettono in discussione un modo tutto femminile di stare con l’uomo che, per scherzarci un po’ su, si può dire così: “Mi ami? ma quanto mi ami? Mi pensi? ma quanto mi pensi?”. Se la domanda viene posta quotidianamente e ripetutamente, magari pigolando come Calimero; se lui non può sparire per qualche ora senza scatenare l’angoscia di lei, che poi si traduce in un muso lungo, o in lamento, o in rabbia; se tutto deve sempre essere fatto rigorosamente insieme; bene, occorre rifletterci un po’ su.

In primis perché dalla parte maschile tutto questo sortisce un effetto che non è certo quello dell’exploit passionale, anzi… è probabile che l’uomo, pur senza alcun rudimento clinico, sintetizzi questa costellazione di fenomeni in un nome solo, ma denso di significati: isteria. Insomma, per lui si tratta di incontrare il senza limite della domanda d’amore della donna, l’assoluto del suo bisogno di unicità, che chiede la certezza che il partner neppure guardi un’altra all’infuori di lei, che la sua scelta sia esclusiva e per sempre; che non ci siano attività da cui lui possa trarre “troppo” piacere – e questo “troppo” viene quantificato nel numero di ore trascorse lontano dalla sua compagna.

È qualcosa che riguarda la donna e la specificità della questione femminile, che gli psicoanalisti sanno dire con parole molto precise (e per saperne di più rimando ai lavori di Marina Valcarenghi citati nei precedenti post di questo Blog), ma che per l’uomo ha quasi la valenza di una “follia”: “Ma sei matta?”.

Ecco che il mondo femminile e quello maschile si rivelano nella loro incommensurabilità, come due universi paralleli, due isole che per potersi incontrare hanno bisogno di un ponte di parole. E l’amore è precisamente questo, un discorso che fa esistere il rapporto tra l’uno (l’uomo) e l’altro (la donna) aldilà della semplice consumazione dell’atto sessuale. Per questa ragione è importante parlarsi, non tanto per la “buona qualità” della comunicazione nella coppia, su cui insistono i terapeuti comportamentisti, quanto piuttosto per rendere possibile l’incontro con l’altro nel suo mistero.

La donna, spesso, si rende onnipresente – e chiede onnipresenza – per molte ragioni; ad esempio perché crede che l’“Altra”, quella supposta più bella, più furba, più gatta morta … più donna, sia sempre dietro l’angolo ogni volta che lui mette un piede fuori di casa, e questa è quasi una costante del fantasma femminile.

Certo, ogni uomo deve arrangiarsi con la difficoltà del tenere insieme la tenerezza per la donna amata, a volte idealizzata, angelicata, e il desiderio sessuale che più facilmente può provare proprio dove invece l’amore non c’è. Già Freud aveva trattato questa questione nel suo contributo “Sulla più comune degradazione della vita amorosa”, ed era solo il 1912…

Ma questa è un’altra storia, perché la tesi che voglio sostenere qui è che l’amore non è l’imposizione di una presenza ad ogni costo; l’amore è piuttosto il dono della mancanza e del limite, della piena accettazione dell’alterità dell’altro che in quanto tale può deludere, palesarsi nella sua imperfezione, tradire, innamorarsi di un’altra persona. E se anche ciò accade, se l’Altra diventa reale, non significa certo che quella che è stata tradita, o lasciata, sia un oggetto scarto, una donna senza valore.

Prima del baratro depressivo c’è sempre un’ancora di salvezza: non aggrapparsi al proprio compagno con la disperazione di chi è terrorizzato dalla propria solitudine. La cronaca nera mostra fino a che punto si può arrivare se il partner diventa condizione necessaria per la propria esistenza.

Ma anche questa è un’altra storia e queste parole volevano essere semiserie… perciò concludo così: basta con il lamento pigolante; e che ciascuna giochi le carte che sicuramente ha (ammesso che ne valga la pena), ma che probabilmente non vede perché si nasconde sotto a un guscio.

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