Cosimo Pacciani
La City dei Tartari
28 Agosto Ago 2013 0145 27 agosto 2013

Viaggio nella City che cambia - 3 Regina del Mio Regno

C’e’ una cosa che ogni volta mi fa scoprire, ogni volta, il motivo per il quale sono maledettamente innamorato di Londra. Ed e’ il jogging, la corsa dell’ora di pranzo o dopo il lavoro, soprattutto nelle lunghe serate estive, dalla palestra sotto al mio ufficio, verso il Tamigi. Di solito, passo verso Old Street, scendo da Bunny Hill, saluto Blake ed attraverso Barbican, SMithfields e scendo verso Temple. Quando la porta di legno massiccio, proprio di fronte alle Courts of Justice, e’ aperta, mi lancio dentro e corro fino ad Embankment, per tornare indietro, fino al Millennium Bridge o, nei giorni di foga e di fiato, fino a Tower Bridge. Una bella corsa, che rasserena e stende I pensieri, li rende di nuovo lineari e non a tre o quattro dimensioni, come di fronte al computer o nel rito del meeting dopo meeting dopo meeting. A volte corro con dei colleghi, in due o tre, e questo permette di sentire meno la fatica. Si corre assieme, ci si misura il passo, senza strafare, ma, come altre cose nella vita, bisogna trovare il ritmo con gli altri.

Qualche settimana fa, mentre correvo con una collega, abbiamo intravisto, in una delle casette popolari di stile brutalista, un giardino pieno di fiori, stupendo. Decine e decine di colori e di piante, gerani, gigli, margherite, in un contesto di squallore, nonostante la vicinanza con la zona in del Nord Est di Londra, nonostante le poche centinaia di metri dalla City della finanza. Una cosa ci aveva colpito, che ogni pianta fosse collocata su un vaso ed il vaso fosse come sollevato da terra, ad una quarantina di centimetri. Come se qualcuno non volesse far fatica, a piegarsi per innaffiarli, o per odorarli. O, come se quello fosse un accampamento provvisorio delle piante. Pensai che, forse, per la natura transiente dei condomini delle case popolari inglesi, chiunque abitasse li’ voleva portarsi dietro, in ogni casa, quelle piante, senza doverle far sentire attaccate al terreno. Un giardino quasi pensile.

Oggi sono tornato, lungo il mio percorso, in una Londra ricolma di luce e di nuvole bianche, sulla stessa strada e non ho potuto fare a meno di guardare, di tralice, verso il giardino incantato. Ed ho visto, sommersa quasi dai fiori, una signora in carrozzina, inferma. Gli occhi chiarissimi e il corpo congelato in una posa di qualcuno che ha avuto un ictus od una malattia debilitante. Sorrideva, piano. Mi sono fermato un attimo, con la scusa, o, forse, l’evidenza del fiatone. L’altezza alla quale i vasi erano stati collocati da una mano graziosa, era giustissima per permettere alla signora di accarezzare le piante e di infilare il suo naso nei fiori. E, credo, goderne i colori, come se fossero una barriera di armonia e di bellezza rispetto al cemento ed ai colori grigiastri attorno. Ad un certo punto e’ uscito un altro signore, lentamente, dalla casa, da una porta finestra tutta merletti ed uncinetto. Si e’ avvicinato alla signora con due tazze di te e le ha deposte su un muretto, ha guardato l’inferma, ha raccolto un fiorellino da terra e glielo ha infilato nei capelli, ridendo. A quel punto ho ripreso la mia corsa, che era un momento privato loro. Non so che relazione ci fosse, non lo sapro’ mai, marito/moglie, fratelli, madre/figlio. Fattosta’ che, seppure nella grande citta’ che spesso tutti reputiamo senza cuore, c’era spazio per una tonnellata di accortezze, per un invaso di fiori nel bugnato di cemento armato e per quel desiderio di colore e speranza che nasce dalla maniera caparbia e risoluta con la quale la natura prende e dona. Prende nei nostri acciacchi, nella nostra mortalita’, ed elargisce nella grazia e gaiezza di un fiore improvviso, di un fiorellino piccolo piccolo, come dice una canzoncina portoghese, Alecrim, che sboccia dove nessuno se lo aspetta. Ed a quel punto diventa un tesoro, diventa una speranza, che, in fondo, l’umanita’ rinasce anche dove non e’ stato pianificato neanche dai piu’ grandi architetti e sociologi del mondo. Come un piccolo bosco che appare fra palazzi modernissimi e chiese seicentesche. Un fiore nei capelli ed i vasi di gerani, di viole e ciclamini che colorano le case popolari di Londra, come quelle dei borghesi, dei nobili e dei re. Perche’ ognuno, qui, e’ padrone del suo giardino, dello spazio attorno a se’. Il crimine piu’ grande per il diritto inglese e’ la fellonia, l’entrare in casa d’altri senza permesso od attraversare un terreno di qualcuno senza la sua autorizzazione. E, dentro quell’ambito, l’inglese si sente libero. Di farla diventare una cloaca a cielo aperto o di creare un giardino stupendo, passeggero, pop-up, un po’ come le nostre vite.

E’ per quello che sono ripartito di slancio, con il cuore leggero, un luccicone delle dimensioni di una lumaca agli occhi e, caso volle, una canzone che parla di una giornata bella, stupenda. Come dovrebbero essere tutte quelle di chi riconosce il valore di un fiore e del limite espandibile dell’umanita’ contro le brutture del mondo.

Sono arrivato quasi di schianto fino a Temple, nella Londra asciutta e schietta della fine d’estate, fino alla cupola di Wren e gli ho sussurrato, a queste due icone del divino in Terra, che tutto il loro mistero e la loro santita’ sono appena una briciola della grazia divina di un vaso di fiori in cui fruga la mano addolorata ma serena di una signora inglese, vecchia come Elisabetta. Regina del suo regno. Principessa del signore gioviale, con le bustine del te di M&S.

P.S.

Non l'ho fatta una foto al giardino con i vasi pensili. Nonostante sia visibilissimo dalla strada, esiste la privacy, anche mia personale, quel concetto di riuscire a tenersi dentro, vicino al cuore, le cose per cui vale la pena vivere. Non tutto e' fotografabile, thanks God and Athena. Tutto si puo' raccontare. Ma rimane un segreto non rappresentabile mai compiutamente.

SOUNDTRACK

Virginiana Miller – Una Bella Giornata
http://youtu.be/9WzdlCj7sFY

Casino Royale - Re senza trono

http://youtu.be/zbwpGUMGAC4

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