THE BLAIR MUM PROJECT: blog di una mamma (e figlia) a Londra
29 Agosto Ago 2013 1458 29 agosto 2013

Le vite degli altri.

E' una settimana che sono catapultata nelle vite degli altri. Involontariamente. Perche' le persone prima o poi il sacco lo devono svuotare. E qualcuno deve pur ascoltare. E se nella vita qualcosa ho imparato, e' che il dolore non e' relativo per chi lo vive. Il dolore e' dolore, è assoluto ed ogni volta, e' la peggiore. Sono empatica, entro, cioé, dentro le persone. Non ho altri modi di vivere le relazioni. O tutto, o niente. Nel bene e nel male. E per questo soffro quando il mio essere empatico entra dentro i dolori altrui. Allo stesso tempo e' un'esperienza meravigliosa, un modo intenso di vivere non solo la propria vita, ma anche quella degli altri. Entrare in canali inesplorati, provare a toccarne le pareti, al buio, percepire il freddo, le curve, le sfumature. Per saper gioire insieme, non serve aver gioito. Per sapere soffrire insieme, spesso serve aver sofferto. Per poter comprendere ed accogliere quello che naturalmente rifiuteremmo per un meccanismo naturale che ci porta ad auto proteggerci. Stare accanto al dolore ed a chi lo vive, e' faticoso. Nella nostra cultura facciamo di tutto per evitare la sofferenza, quella fisica in primis. Ci preoccupiamo sempre della vita. Ci preoccupiamo di sopravvivere al dolore o alla morte. Escludiamo quindi dalla nostra vita, la conseguenza piu' naturale di essa: la morte. Perche' spaventa. E cosi' i sopravvissuti alla morte. Eppure il dolore cosi' come la gioia, seppur questa sembra essere sempre piu' effimera rispetto al suo opposto, vanno saputi ascoltare. Sono stati d'animo che ci elevano, che ci rendono puri anche se per pochi istanti. La vita ci ha chiamate a testimoniare le nostre storie, a condividerle, a trovare una risposta, a dare un senso e a preparare chi ci sta vicino che c'e' anche altro in questo mondo, oltre alle proprie vite. Ci sono quelle degli altri.

Entrare dentro le vite altrui ci aiuta a non cadere nella trappola del giudizio: troppo spesso guardiamo agli altri seguendo il nostro punto di vista, i nostri schemi, le nostre abitudini, il nostro carattere e la nostra indole. Mentre quello che viene chiesto dal nostro interlocutore che sta aprendo la sua scatola nera generalmente stretta dentro al petto, e' un grido disperato di aiuto. L'arte di sapersi immedesimare non e' altro che svuotarsi di se stessi ed accogliere l'altro, il diverso. Ed amarlo per quello che e'. Nei suoi errori di persona inesperta di fronte al suo dolore, nel suo crollare, sbagliare, nella sua rabbia, nel suo cercare di rimettere a posto i cocci della sua vita. Saprei fare meglio io? Ma come faccio io a capire in modo profondo quello che sta passando la mia amica? Come faccio io a dirle quello che deve fare? Posso solo sostenerla e se credo che stia sbagliando, posso tenderle la mia mano, con dolcezza, mostrarle il mio pensiero, portarla verso il giusto, con calma e comprensione, senza frenare, ostacolare o combattere la sua personalità. Perché spesso il dolore ci cambia, ci apre altre strade, ma le nostre caratteristiche non ci abbandonano, nel bene e nel male. E se le accettavamo prima, ancor piú dovremmo accettarle nel momento della sofferenza. Perche' quando e' successo a me, ognuno doveva dire la sua, su quello che avrei dovuto fare, come, quando, perché. Ma alla fine, quello che mi arrivava, erano solo i giudizi degli altri, delle loro belle vite, e la sensazione che ognuno sarebbe stato più capace di me ad affrontare la mia tragedia.

Il dolore è unico, è personale, è forte, è assoluto, è totale.

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