Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
30 Agosto Ago 2013 1607 30 agosto 2013

Emma Dante, un successo dal teatro al cinema

Arrivo da ultimo, cenerentolo cinematografico, a commentare Via Castellana Bandiera, il film che Emma Dante – regista drammaturga attrice – ha presentato con successo alla Mostra del Cinema di Venezia. Dunque si è già sparsa la voce sui quindici minuti di applausi che hanno accolto questa opera prima alla Sala Grande: un applauso che è partito mentre ancora scorrevano le immagini e che sugella, nuovamente, l’estro, la fantasia, la creatività dell’artista palermitana.
Il film ha, dalla sua, scene memorabili e una intuizione folgorante. Se l’intuizione è quella di fare di un muso contro muso stradale una questione esplosiva e di identità, già narrata nel romanzo edito tempo fa da Rizzoli, sta alle scene, poi, ovvero alla struttura filmica, confermare la bellezza universale e condivisa di quella visione fondante. Giustamente Manin, sul Corriere della Sera, ha aperto l’articolo parlando delle sequenze iniziali, mentre Aspesi (sempre folgorata dalle terga del bravo Carmine Maringola) apre il suo pezzo su Repubblica descrivendo il lungo, struggente, poetico e drammatico finale del film. Proprio quelle immagini di chiusura – una folla sparuta, se così si può dire, di individui magistralmente emblematici di un’umanità che corre verso la tragedia avvenuta, ovvero corre nella tragedia – sulle note rituali e antiche dei fratelli Mancuso, sono la chiave per capire il film di Emma, e per ritrovare tracce sapienti del suo teatro. Da sempre, Dante racconta emarginazioni rese sacre dal dolore, (non)eroi della quotidianità: affonda implacabile in quelle dinamiche violente e aspre di una tribù barbara e dolente che è la famiglia. Ma Emma ha saputo raccontare, magistralmente, anche un Sud – non a caso, si sa, la sua compagnia si chiama Sud Costa Occidentale – che è Palermo, certo, ma è anche e forse soprattutto un sud dell’anima, uno stato meridiano dell’essere che è camusiano e pasoliniano, e al tempo stesso vibra di antiche, ataviche tare classiche. La tragedia, nell’opera di Emma Dante, è incombente, fatale (ma riluttante) accettazione della morte ogni santo giorno. Così, anche l’apertura del film, contiene – sottotraccia – ed esplicita tutti i topoi del teatro tragico di Emma: l’apertura sul mare, sull’acqua del mare negato di Palermo, riporta alla mente non solo l’immagine che faceva da locandina al suo primo, indimenticabile lavoro, quel mPalermu che vedeva la compagnia, allineata e vestita, proprio in mezzo al mare. Ma ricorda anche una precisa sequenza, il “miracolo dell’acqua” che nello spettacolo raccontava meglio di ogni studio o saggio, il complicato rapporto della città e dei suoi cittadini con quel bene prezioso che è l’acqua. Poi il film indugia sulla figura di Samira, l’anziana donna (ottimamente interpretata da Elena Cotta, qui a coronamento sublime di una lunga carriera in teatro) che vaga per il cimitero, dà da mangiare ai cani randagi, pulisce la tomba della figlia e ci si sdraia sopra, in un commovente abbraccio impossibile. Ecco, allora, tornare alla mente il rito della “conciatura” del cadavere di Vita Mia, spettacolo tra i più belli e dolorosi di Emma, dove la madre deve preparare il figlio alla sepoltura; ecco ancora i “canazzi di bancata” che evocavano in un altro lavoro, un mondo violento e marginale. Ma la cosa folgorante, di tutta l’apertura del film, è la sapienza con cui Dante mostra i suoi personaggi prevalentemente di spalle, di mezzo profilo o còlti in strane rotazioni del busto o del viso. Una volta, ormai tanti anni fa, Emma mi raccontò di aver visto – lei giovane attrice d’Accademia – uno spettacolo del maestro polacco Tadeusz Kantor. Diceva, più o meno: “ricordo quest’uomo di spalle, che dava le spalle al pubblico. Per me il teatro sono le spalle di Kantor”. Emma ha messo i suoi attori di spalle, ha dato le spalle al pubblico del suo film, poi, piano piano, ha svelato volti, occhi, sguardi, sensazioni, emozioni. Ha mosso, dunque, la macchina da presa come fossero i suoi occhi eternamente curiosi: e lo spettatore ha visto, così, come vede Emma. I dettagli: il tocco delicato di mani femminili, particolari di vecchi giocattoli abbandonati, di mura scrostate, di piatti di pasta, di bottiglie, di bambini, di gatti solitari, di vecchi mobili, di vestagliette, di barbe incolte, di pance esplose, di guance scavate, di anelli, collane, scarpe, di madonne appese al muro, di campi in pieno centro città…
Dettagli di Palermo, della vita, della sorte di ogni giorno di esseri umani che combattono l’eterna battaglia della sopravvivenza. Non so se scomodare Visconti o Carmelo Bene, pensando ai tanti legami tra cinema e teatro; o se si possa parlare di neo-neorealismo, o di qualche altra categoria di genere: quel che importa è che quell’alveare brulicante di uomini e donne – splendidamente interpretato, in ogni ruolo, anche il più piccolo, da un cast straordinario di attori – è un’opera ampia, complessa, amaramente vera. Un incubo a occhi aperti sul nostro tempo cupo.


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