Alessandro Paris
Margini
4 Settembre Set 2013 1553 04 settembre 2013

L'anima in un twitt

L’anima è la scrittura di sé che si fa man mano che andiamo tracciando dei segni, nero su bianco, su un foglio, sia esso reale o virtuale (rectius: digitale*). Che l’anima sia legata alla scrittura, da Platone a Derrida, ormai è chiaro. Ma che la scrittura si faccia con le dita, e quindi sia letteralmente digitale, mi viene in mente adesso mentre scrivo. Viene sotto le mie dita. E costruisce una parte del senso di quanto sto scrivendo. Vi sono spazi bianchi, tra una parola e l’altra, vuoti, fuori testo e bordi. Non sono estranei all’anima, che è tessuta di questa intermittenza di vuoti e pieni, e respira al passo di essa. Il discorso ha i suoi registri, e ogni contesto ne impone. E dunque anche i cosiddetti social forum possono darne occasione, a questa scrittura di sé, a questo farsi dell’anima. Leggendo qui e là, da quando mi capita di frequentare, ad esempio, twitter, questo si vede chiaramente. Sembrano casuali, accidentali, contingenti le poche parole che si scrivono: battute, frasi di senso opaco, oppure ripetizioni, retwitt, urli, sospiri, proclami. Ognuno fa quello che può, e quello che il mood momentaneo, lo status, la condizione sociale, il ruolo politico, l’età, la fase di vita che attraversa, l’umore, il luogo etc., portano a fare. Si può banalizzare tutto questo, ma nulla di ciò che è importante oltrepassa la banalità – o quotidianità- di ciò che è talmente sotto gli occhi da passare inosservato. E appunto: concreto, serio, ineludibile.E così se esiste una cosa come la libertà, essa non galleggia nel senza-limite del puro immaginarsi fuori dai condizionamenti, di volta in volta presenti, anche se non visti, anzi proprio perché non si vedono. Quando scriviamo un twitter certo, partecipiamo anche a un gioco di ruolo, obbediamo a un conformismo, schiacciamo la noia: eppure stiamo digitando la scrittura che è la nostra anima.

E niente, forse è tutto qui. Ma questo post è anche una dichiarazione d’amore per chi ha scritto un libro, R.Z, da cui le precedenti considerazioni biascicate dipendono ampiamente. Lei sa che nella mia «stanza» c’è un posto per la sua anima. E io so che nella sua c’è posto per la mia. Eppure, al di là di quanto sembrerebbe, questo legame è solo digitale. Una interconnessione digitale di anime. C’è il limite neo gnostico dell’incorporeità, certo. Ma le dita sono corporee, o no?

È a n c h e per questo che non siamo cyborg…

* Mi si fa notare che digitale non sarebbe l'opposto di virtuale, ma di analogico. Qui però uso il lemma in senso estensivo, per «mondo digitale». Del resto che l'ambiente 2.0 non sia solo virtuale è un tema ampiamente dibattuto.

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