Dario Russo
Babele
6 Settembre Set 2013 2031 06 settembre 2013

Università: non è un paese per l'istruzione pubblica


Prima di tutto partiamo dalla cronaca di questi giorni con l’annullamento dei test d'ingresso – per irregolarità – presso gli atenei di Parma, Pavia e Messina. Insomma, incominciamo a parlare di università prima ancora che si abbia la possibilità di entrarci. Oltre alla questione del numero chiuso, soffermiamoci anche su un altro aspetto, andando a spulciare tra gli atti ministeriali del MIUR. Si scopre una cifra molto interessante: 88.761.284 Euro. Ossia i fondi che lo stato ha concesso nel 2012 alle università non statali. Leggendo bene si va dai 5.521.626 Euro della LUISS, fino ai 14.945.741 Euro della Bocconi, passando per i 40.140.603 Euro all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Questa piccola premessa la ritengo doverosa per capire quanto siano spesso ipocriti gli annunci di buona parte della politica che parla di: sviluppo, giovani e cultura. Il diritto allo studio (negato fin dall’ingresso) con la scusa di garantire qualità ai meritevoli, a mio avviso è un problema finto, considerando che già dopo il primo anno la scrematura degli studenti avviene in automatico, senza dimenticare che per corsi particolarmente sovraffollati, basterebbe assegnare una determinata cattedra a più docenti così da formare due o più classi divise per lettere (così capitò a me, quando da matricola universitaria mi ritrovai a seguire le lezioni di statistica). A questo se aggiungiamo il finanziamento alle università non statali (nulla contro di loro, ma perché mai dovrei sovvenzionarle con le mie tasse?), è palese che l’investimento pubblico in istruzione e cultura sia diventato un ottimo business per privati e una prerogativa sempre più per un’élite.

L’impoverimento dell’università – “Non serve a niente”, “Andate a lavorare”, “Perché studiare?”, quante volte abbiamo sentito queste frasi? Io tantissime volte, ma dobbiamo veramente prenderle in considerazione? Direi si e no, il punto però è un altro. L’investimento (economico e di tempo) per l’università non lo ritengo sbagliato (anzi), ma capisco perché ci siano remore e dubbi a riguardo. Una cosa che mi ha colpito (a circa dure anni dalla mia laurea magistrale) è vedere come tutta una serie di insegnamenti (a mio avviso importanti) siano stati eliminati o affidati a docenti che spesso (e per loro ammissione) non hanno competenze nella materia che loro stessi dovrebbero insegnare. Il risultato finale è ritrovarsi con una laurea senza poi saper fare nulla di concreto da un punto di vista lavorativo e peggio ancora, non sapendo neanche a chi indirizzare un cv.

Master/corsi di formazione – L’istruzione pubblica arranca ed ecco che il privato ne approfitta. Ci si laurea e per l’oramai ex studente arriva il bombardamento pubblicitario di chi propone formazione dopo il consueto percorso di studi. Chi vende formazione è consapevole di poter giocare sullo spaesamento e sul vuoto interiore del povero “dottore” (titolo che a mio avviso dovrebbe valere solo per i medici o per chi ha conseguito un dottorato di ricerca). Mi colpiscono molto i casi in cui i docenti che prima insegnavano nell’università pubblica, non hanno più la cattedra e presentano i loro insegnamenti all’interno di corsi di formazione/master pubblicizzati all’interno dello stesso ateneo dove magari fino ad un anno prima tenevano lezione. Il meccanismo è semplice, le società che organizzano corsi/master ricevono dall’università l’elenco dei propri laureati, questi contattano telefonicamente i “dottori” o li bombardano di plichi e e-mail pubblicitarie. In molti casi vengono fatti anche degli inviti a seguire una lezione gratuita in ateneo, magari c’è anche qualche docente che prima insegnava (o insegna ancora) nell’ateneo stesso, ed ecco che poi viene offerto il corso/master a pagamento, facendo leva psicologica sugli ex studenti che andranno a fidarsi di chi gli propone il corso, supportati dalla fiducia verso il docente (conosciuto negli anni addietro) e dell’ateneo che di fatto ospita una sorta di cavallo di troia. Un po’ come se l’università ammettesse le sue mancanze e ti invita tramite il privato a completare le lacune di una laurea sempre più povera.

Il danno e la beffa – Cinque anni di studi universitari, il conseguimento di una laurea e ci si ritrova a spendere altro tempo e soldi in formazione, per cose che l’università avrebbe potuto tranquillamente insegnarti nel corso degli anni. La cosa antipatica è che quando si tratta di formazione, avviene un piccolo lavaggio del cervello giocando in modo scorretto con le parole. Con una laurea triennale si esalta lo studente con il titolo di dottore (ma dottore di che?), poi si vende il fantomatico master (primo e secondo livello), che però in Italia ha assunto una denominazione mitologia. Se facciamo un confronto mettendo il naso fuori dai confini nazionali, scopriamo però che per la laurea triennale si sentirà a parlare di bachelor, mentre per quella magistrale di master (da noi venduto come post universitario e non considerato con il biennio specialistico). Se proprio vogliamo essere precisi, ci sarebbe da dire che dopo gli studi universitari al massimo ci sarebbero i master executive o meglio ancora il PhD (ossia il dottorato di ricerca). Quindi per chi vuole conseguire un master dopo il 3+2, sarebbe bene ricordarsi che il master già sarebbe conseguito il biennio magistrale.

Stage – Com’è possibile che i master e i corsi di formazione riescano ad avere così tanta richiesta? Una delle cose che più riesce a fare gola è lo stage (più semplicemente tirocinio o internship come si direbbe negli USA). Purtroppo, spesso ci si avvicina ad un master senza capire che con la speranza di trovare più facilmente lavoro, si diventa datori di lavoro. Anche in questo caso, se l’obbiettivo è quello di poter fare una prima esperienza lavorativa, con l’opportunità di imparare qualcosa di pratico, ci si ritrova a spender un bel po’ di euro, quando magari bastava stipulare (o vedere se già era stipulata) una convenzione tra università e azienda, senza spendere assolutamente nulla. Peccato che molti atenei, da un po’ di tempo a questa parte, sembrano siano più interessati a nascondere questa opportunità (sempre che lo stage poi sia fatto fare con una reale concezione formativa).

In conclusione – I punti affrontati sono soltanto un piccolissima parte di come l’università pubblica stia avendo un’involuzione angosciante. Ci tengo a precisare che non ce l’ho con le singole persone che vendono/fanno formazione (fatta eccezione per un numero consistente di venditori di fumo). Spesso chi oggi si ritrova a fare un corso privatamente, lo fa anche perché in tempi di magra è l’unica soluzione per far quadrare i conti; più che altro la mia è una critica contro una volontà politica a mio avviso deleteria e che di certo non fa gli interessi della collettività. In mezzo ci siamo noi giovani, le famiglie e le speranze per un futuro migliore nonostante un presente tutt’altro che roseo. Cosa potremmo fare? Mettendo da parte slogan dall’applauso facile, credo veramente ben poco, ma potremmo imparare almeno a difenderci e a essere più riflessivi quando un qualsiasi uomo politico verrà alla nostra porta per chiederci il voto.

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