Cosimo Pacciani
La City dei Tartari
8 Settembre Set 2013 2313 08 settembre 2013

La Vita e' una circonvallazione Il Ring di Vienna.

A Vienna mi sento sempre a casa, e’ un’appendice di Italia, o, forse, e’ l’Italia ad essere l’estensione naturale e storica di questa parte di Europa aperta a nord, est e sud, una terra di passaggio ma anche frontiera/limite invalicabile da sempre. Imperatori usurpatori, civilizzatori, innovatori e civili amministratori di un mondo che sembra antico, ma e’ modernissimo. Vienna, capitale di un impero plurisecolare e fortezza inespugnabile, per ben due volte, dagli Ottomani, antenati dei giovani turchi e slavi che si incontrano ovunque. Dopo un giorno e mezzo di convegno, ne ho abbastanza di cene di gala, di parlare per dieci minuti di lavoro per poi far scivolare il discorso su temi vacui e passeggeri. L’estate tiepida che percepisco fuori dalla sala convegni, i colori del cielo azzurro ed arancione mi impongono di tornare in albergo, inforcare una delle biciclette per gli ospiti, con un bel cestino di vimini e lanciarmi, come Ninetto Davoli nella pubblicita’ dei crackers, lungo il Ring, l’equivalente dei viali di circonvallazione di Firenze, od una versione ridottissima, minimale, del Grande Raccordo Anulare, oggi protagonista di un documentario che ha vinto a Venezia.

Le strade che girano attorno alla citta’ hanno sempre attratto un fascino particolare, contengono l’enigma della forza gravitazionale, e non diventano mai profondita’, sono tangenti circolari, concentriche attorno al cuore della materia, ai fianchi dei centri cittadini. Si sbircia dentro, si vedono le linee delle guglie, delle chiese, dei palazzi, le strade perpendicolari alle circonvallazioni sono come feritoie di un castello al contrario, da cui si guarda dentro dal di fuori. Come se il nemico fosse dentro le mura, dentro casa. Ne sa qualcosa Iain Sinclair, scrittore e cantore dei luoghi liminali di Londra, la cui intuizione di esplorare i confini, le zone periferiche, ma nobilissime della capitale inglese, e’ ben rappresentata in London Orbital e Lights Out for the Territory, per non parlare dei suoi libri su Hackney, il quartiere liquido e magmatico dei nuovi artisti e dei drive-by shooting. Iain Sinclair, ancor prima di Rosi, ha raccontato la citta’ vista dal suo desiderio e dalla passione che esplode ai suoi margini. Le periferie agognano esser centro, o diventano orgogliose di non essere altro che un corredo laterale al trionfo di una citta’ come Roma.

La Storia, quella delle persone, delle famiglie, della sofferenza, delle epidemie, delle guerre, passa sempre dalle periferie prima di arrivare in centro citta’. E, mentre vago in bicicletta sul Ring, vedo il monumento ai soldati russi che liberarono Vienna dai nazisti, la statua equeste di Radetsky, famoso per la marcia a lui dedicata e per quella presunzione di odiosita’ che gli abbiamo affiancato noi Italiani, quando ci sconfisse ed umilio', dopo le parole di Metternich sul Bel Paese come mera espressione geografica (cosa che lasciamo ripetere da venti anni a persone come Bossi e Calderoli senza ormai ribellarci). Fosse vivo oggi, il generale austriaco, un sorriso ironico sotto I baffoni se lo farebbe scappare, vedendo come ci siamo ridotti da soli, ma non direbbe niente, perche’ siamo cittadini europei, perche’ le frontiere che lui e Vittorio Emanuele II, si conteddettero per anni, lungo quelle linee disegnate da lui stesso e Metternich a al Congresso di Vienna, oggi non sono altro che linee immaginarie sulla cartografia del continente dove contano piu' le regioni che gli stati.

Arrivo sul fiume e vedo I rabbini che pregano lungo il greto, con I loro libri, le voci che scendono e che si mescolano alla corrente del canale che poi entra nel Danubio poco dopo il Prater. E dietro di loro, figlie, mogli, parlano, ciacolano, noncuranti del rito che e’ anche di memoria, di dolore e di compensazione per quella devastazione che fu la guerra per gli ebrei in queste terre. Le anime dei morti, delle sofferenze, tutte racchiuse nel passo strascicato di un signore anziano, vestito come forse si vestivano nel ghetto di Praga sessanta anni fa. Lo seguo, mentre il suo cappotto di un blu quasi elettrico si incrocia con un tailleur dello stesso colore, di una signora che viene via dalla celebrazione sul fiume, del capodanno ebraico. La citta' esprime attorno al Sancta Sanctorum diffuso degli ebrei tutta la sua potenza di aggregazione, prime di cinepanettoni austroungarici, manifesti di gruppi di ricerca e di studio sul capitalismo. Filosofia e media si mescolano, si stratificano, nella psicosi urbana di alberi e modernita' di cristallo e cemento. E di bugnati in stile fiorentino.

Continuo a vagare, sempre sul ring, che cambia leggermente nome, ma che e’ facile da seguire, come se ci fossi nato a Vienna. Una lezione per chi si occupa di trasporti nelle nostre citta. Lo spostarsi dovrebbe essere naturale, intuitivo, a velocita’ costante e non un lavoro da certosini della pazienza, da esploratori della scorciatoia e da approfittatori del momento di debolezza di un semaforo. In lontananza, vedo una specie di cattedrale moderna, tutta di acciaio e materiali riflettenti. Un ragazzo mi dice che si tratta del termovalorizzatore, ovverosia l’inceneritore della citta’. Piantato a distanza vitale, di respiro di tutto il centro storico. Cancello ogni pensiero rispetto a Parma, alle assurdita’ che ho sentito, che voglio godermi la corsa. Il vento scivola sotto la giacca, incrocio persone di ogni tipo che mi sorridono o mi guardano in cagnesco, forse perche’ sto rompendo qualche regola sconosciuta a me.

Mi trovo di fronte musei, teatri, chiese e cattedrali, tutte illuminate a dovere, con un senso compiuto del loro ruolo nella mappatura della citta’. Incontro anche Atena, in cima al Parlamento, come lo era ad Atene. L’acropoli austriaca e quella ateniese. Nomi di regnanti familiarissimi, come Maximilian, Francesco Giuseppe, Sissi, tornano, si incuneano nella toponomastica. Eroi di guerra, fondatori della repubblica austriaca, indicazioni per l’OCSE, uffici delle Nazioni Unite ed ancora mausolei per caduti di varie guerre. La citta’ e’ una specie di sacrario e di tempio a cielo aperto. Finche’ non arrivo davanti alla casa di Freud, dove un cartello fallico ed arancione mi accoglie. Ditto, penso. Ed ora pedalo in piedi verso Karlsplatz, verso il Naschtmarket. In una delle piccole diversioni che compio, mi colpisce una galleria d’arte, aperta e strapiena di persone in silenzio, immobili, tutti vestiti in scuro, in nero, un ambiente scuro, buio. Un tipo e’ in cima ad uno scaleo, una scala a pioli, e tiene in mano quella che sembra una tastiera finta di cartone. Tutti lo osservano, tranne due ragazze sedute sui bordi di un’aiuola che ridono come matte. Ad un certo punto, dopo dieci minuti che osservo curioso la scena, il tipo fa un urlo belluino, imita il pianoforte, fa proprio plin plin plin, e poi emette parole e suoni in maniera concitata, e mi fa venire in mente Bracardi quando imitava il pianista. Dopo questa esplosione breve di follia, tutti applaudiscono, si accendono le luci ed io, dopo aver srotolato una risata genuina, scivolo via, verso la notte. In quell’istante penso che il problema delle grandi citta’ e’ proprio quello, appena dentro I suoi viali, proteggono ancora oggi, proteggono i dirigenti del potere, gli artisti che si sentono asserragliati nella loro creativita’, difendono un coacervo di strade e di spazio che, altrimenti, sarebbe periferia nella periferia. Le Circonvallazioni sono aree franche, dove il mondo si raggruma e si concentra, dove la densita’ di abitazioni, popolazione, reddito, da’ alla testa. Allora, tanto vale vivere ai margini fra il fuori ed il dentro. La mia bici scivola, si inerpica, arranca e fa rumori defatiganti, mentre sono in piedi e lascio che la brezza viennese mi stordisca, di odori e rumori, di storie ammezzate, di memorie, di lapidi, volti, Schiller e Goethe che mi guardano mentre passo in mezzo a loro e decine e decine di Giuditte di Klimt e di Mozart che campeggiano ovunque, sulle scatole delle palle di marzapane, come sui manifesti di concerti vari.

La circonvallazione e’ il bordo del buco nero che e’ una citta’ europea, ed io viaggio lungo tutto il perimetro, senza farmi tentare, senza sentire altra forza che quella di fare un altro giro, un’altra lunga ellisse di pensieri e respiri in piena liberta’. Mi godo questa sessione di geopsicologia, un rituale di onoscenza e di assimilazione di luoghi alieni, di scoperte di piccole cose, un giardino inondato di luci psichedeliche e un negozio di libri in cui tornare al mattino. E volti, volti, gambe e speranze di cittadini normali, le luci delle case viste da fuori, le librerie e le foto al muro. E, ogni tanto, qualcuno che guarda fuori, per rassicurarsi che il centro del cosmo e' pur sempre un limite.

SOUNDTRACK

PeterLicht - Das Absolute Gluck

http://youtu.be/-N2CaGp_6A0

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