Davide, Alessandro e Andrea
Failcaffè
8 Settembre Set 2013 1512 08 settembre 2013

Le coscienze pulite, ovvero contro il pacifismo

Nel primo giorno di digiuno proclamato da papa Francesco, è forse opportuna qualche riflessione controcorrente, o meglio, provocatoria, non già sul conflitto siriano in sé (Silvia ha già affrontato, con un’attenta disamina, la questione, sulle pagine del nostro blog), quanto su quello che si può definire “pacifismo ideologico”, ovvero figlio di una posizione aprioristica che non lascia spazio al sano esercizio del dubbio

È infatti da qualche giorno, man mano che l’eventualità di un attacco missilistico verso Damasco diventava meno peregrina, che noto un rifiorire, soprattutto tra i miei amici più “di sinistra”, di bandiere della pace, di stati della serie “fare la guerra per la pace è come fare l’amore per la verginità”, “la parola pace non si scrive con le armi”, e, la mia preferita, “fate l’amore e non la guerra”, che non può non ricordare la pubblicità di uno yogurt che ha ammorbato milioni di italiani.

Poche cose riescono ad essere così urticanti quanto le frasi fatte, e le posizioni per partito preso, tanto più se espresse da persone intelligenti: affermare “io sono contro la guerra, sempre” ha la stessa profondità di pensiero del dire “non mi piacciono le verdure”, oppure “quest’estate ha fatto caldo”, anzi, negli esempi fatti, almeno, non si da aria alla bocca per pronunciare una castroneria di prim’ordine.

Ad essere malpensanti, si potrebbe dire che quest’arsenale di pensiero unico pacifista sembra un mezzo con cui le anime belle possono continuare a sentirsi sempre più belle e pulite, lavandosi la coscienza dei centomila morti che la guerra civile ha mietuto in Siria negli ultimi due anni, perché, e questo deve essere chiaro, mentre in Europa ci arrovelliamo sui problemi etici, Assad uccide, con qualunque mezzo, e non solo i combattenti, ma anche anziani, donne e bambini (sempre per non dimenticare, il confine siriano è stato imbottito di mine, per scoraggiare l’attraversamento delle frontiere, che notoriamente sono varcate da chi fugge dal conflitto); e sempre le anime pure e candide che si indignano per un eventuale intervento militare, poi, sono le stesse che hanno bellamente ignorato questa realtà, prima che una conferenza di Kerry riportasse l’attenzione del mondo sul Medio Oriente in fiamme.

Ma, soprattutto, la soluzione caldeggiata dai paladini della giustizia, in casi come questo (o in quello del Kosovo, o della Somalia), è sempre quella diplomatica, ovvero “riaprire il canale del dialogo troppo presto chiuso e favorire un percorso di pace che veda l’Europa protagonista”. Altra aria fritta, insomma.

Sono l’unico a credere che la soluzione politica e non violenta sia stata quella vanamente perseguita negli ultimi mesi? Sono particolarmente ottuso nel pensare che, prima di sganciare qualche bomba a destra e a manca in giro per il mondo, gli Stati Uniti, la Francia, o chi che sia, tentino tutte le soluzioni che non comportino le conseguenze economiche, civili e politiche di una guerra in zone dagli equilibri geopolitici così precari? Davvero sarebbe così conveniente? E che dialogo potrà mai esserci tra chi, per sedersi attorno al tavolo chiede un regime change, e chi di abbandonare il potere non ha alcuna intenzione? Sono cinico io, o ingenui gli altri?

Se invece si dovesse assumere la buona fede di tutti quelli che si pronunciano contro le guerre, e che costoro credano fortemente in quello che professano, non potrei comunque sottrarmi dal tacciarli, quanto meno, di manicheismo: è facile e rassicurante (e un filo benpensante) credere nel binomio pace-giustizia, e, conseguentemente, in quello guerra-ingiustizia, ma, forse, basta rifletterci un po’ su per capire che non è così vero come siamo inconsciamente portati a credere: ci sono paci così avvilenti, ignominiose e ingiuste che non sono migliori della guerra; penso al Trattato di Versailles, alle condizioni di pace imposte alla Germania nel 1918 (l’ultima rata è stata assolta solo il 3 ottobre 2010) che hanno condotto dritte al nazismo, o al Congresso di Vienna e alla restaurazione che si prometteva di spegnere ogni afflato democratico nel vecchio continente, o, ancora, alla rivolta dei boxer in Cina.

Peraltro, non è detto che non sia il vivere quotidiano, il terreno più favorevole alle grandi e piccole meschinerie; come può essere altrettanto vero che è sul campo di battaglia che solidarietà, coraggio, fratellanza, umana pietas raggiungono la massima forza.

Semplicemente, a volte, “Un cielo tempestoso non si rasserena che con un temporale”.

In chiusura, voglio chiarire di non essere un guerrafondaio, e che quanto ho scritto non è un encomio della guerra, “sola igiene del mondo”, per Marinetti. Anzi, la considero un’extrema ratio, cui ricorrere solo quando non sia possibile altra soluzione.

Queste osservazioni vogliono solo essere una provocazione, un invito a non appiattirsi sulle posizioni di principio, comode, sì, ma troppo spesso superficiali e deformanti.

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