Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
13 Settembre Set 2013 1240 13 settembre 2013

Short Theatre: primo report dal nuovo teatro

Una scena di "Losers" di Tony Clifton Circus (foto di Giuseppe Antelmo)

È una sensazione ambigua, quella che prende il cronista dello spettacolo nel momento in cui entra negli spazi incantevoli del Macro Pellanda, a Roma. Va detto, per chi vive lontano dal “Sacro Gra” che il luogo non è irrilevante: si tratta, infatti, del vecchio mattatoio di Roma, nel cuore di Testaccio. Ovvero il fulcro sanguinante e popolare della città. Ed è particolarmente bello che Short Theatre, vibrante e corsaro festival di inizio stagione, abbia trovato casa proprio al mattatoio, dove ormai l’arte contemporanea, grazie al museo Macro, incontra il passato.
Dunque, con grande attesa, e con un po’ di entusiasmo, sono andato all’ottava edizione della manifestazione che, grazie alla direzione artistica del bravo Fabrizio Arcuri è diventata, nel tempo – pur tra mille difficoltà – il momento per verificare la tenuta delle nuove tendenze in fatto di teatro.
Il clima generale, allora, è bello: tanti bei volti, una vitalità condivisa, una energia esplosiva. Sembra quasi di trovarsi di fronte a una “chiamata alle armi”, a una generazione che incontra e sostiene se stessa. Nel pubblico sono molti gli “adetti ai lavori”, siano attori o registi o autori o organizzatori, tutti o quasi appartenenti alla stessa fascia d’età o quanto meno alla stessa tribù culturale. Allora, anche per il critico, è difficile prescindere da questo entusiasmo contagioso, da questa vertigine movimentista, da una preventiva adesione.
Il tutto, in un clima da “situazionismo” post moderno, per cui sembra che si stia vivendo – proprio in quel momento – un evento irripetibile. Ma prima di esprimermi “sociologicamente” o “antropologicamente” su questa “generazione sfortunata” (come avrebbe detto Pasolini), costretta a fare i conti con un sistema nazionale impossibile, preferisco attendere altre due serate – stasera e domani.
Vale la pena, però, spendere qualche parola sugli spettacoli visti ieri, che aprono – purtroppo – scenari non sereni, irrisolti. Perché in tanto entusiasmo diffuso e condiviso, poi la resa scenica è deboluccia, fragilina.
Siamo ormai abituati a spettacoli brevi (o brevissimi), che va pur bene, trattandosi di un festival che inneggia allo Short: ma di fatto si ha, sempre più, l’impressione che la nuova scena si sia resettata su format “piccoli”, non solo per la durata. Insomma, come se il cinema italiano facesse solo corti. È un bene? Non so, di fatto, pur rispondendo all’accelerazione dei tempi sociali e culturali, un simile teatro sembra non andare oltre l’idea o l’immagine o l’intuizione, poi stiracchiata, ampliata, estesa. Un 45 giri tirato a 33: si sarebbe detto secoli fa, parlando di vinili.
Allora quel che abbiamo visto, ieri sera, lascia il tempo di lampi nel buio, di flash, anche “simpatici”, ma che non respirano e si dimenticano in fretta.
A partire da MK, che con un lavoro intitolato enigmaticamente e enfaticamente Impression d’Afrique, porta in scena soli, duo, momenti corali di una danza improntata ad una certa sfrontatezza che non esclude il compiacimento, il giochino ironico che però non fa ridere. Astrattismo e serialità, in un contesto molto disinvolto (con quell’insopportabile uso “quotidiano” delle bottigliette d’acqua, ormai oggetto fetish del danzatore contemporaneo italiano). Forma priva di contenuto? Non saprei, ma di fatto anche anche la forma, a tratti, lasciava molto a desiderare.
Più complesso il discorso per i prodi e baldanzosi clown di Tony Clifton Circus. Losers è la nuova creazione: parte molto bene, crea attese in un attraversamento metateatrale che coinvolge anche una attrice (reiteratamente e ironicamente definita “non protagonista”) come Federica Santoro alle prese con un testo di Bernhard mentre i due (orgogliosamente “protagonisti) Nicola Danesi De Luca e Iacopo Fulgi, confessano amaramente nella loro difficoltà di creare un pezzo di teatro, ovvero il loro fallimento. Per questo affrontano il pugilato: proprio con l’intento di investigare la dialettica realtà-finzione, dopo un video introduttivo e riassuntivo, danno vita a un vero incontro di boxe, sul ring che costituisce la scenografia. Ma qui tutto si spegne. E pensare che i rapporti tra boxe e teatro (c’era un bel libro di Franco Ruffini in proposito) sono infiniti e due clown potrebbero farne di tutti i colori. Invece no: mentre i due se le danno, il gioco non decolla, diventando addirittura pedante o noioso. Non succede niente, e anche qualche trovatina (telefonatissima) si spegne nell’evanescenza generale del match. Che dire? Qualcosa c’è, nel lavoro, e forse potrebbe pure crescere, ma al momento resta un tentativo, una bozza, un primo round – per restare in metafora – di un combattimento ancora da fare.
Infine, Teatro Sotterraneo. La band di Daniele Villa si è imposta in questi anni come una delle più intelligenti del panorama nazionale. Ora apre un percorso, Be Legend, di cui abbiamo visto i primi due capitoli, che coinvolge anche bambini attori. Il gioco è, sostanzialmente, quello di fotografare certi eroi o personaggi nell’infanzia, prima che l’adultità li consegni all’empireo immutabile del mito. Ecco, allora, Amleto e Giovanna D’Arco. Lui, un bambino di otto anni iperprotetto, lei una bimba forse un po’ più grande: tra normalità e investiture solenni. I bimbi interagiscono, sono guidati, intercettati dai due attori di Sotterraneo. Il giochino – evidentemente per un pubblico di adulti, che di quei personaggi conoscono tutto – si protrae con soluzioni anche divertenti, ma usa stilemi televisivi (l’intervista-confessione), caccolette un po’ ruffianelle, che mettono in dubbio anche la presenza del bambino. Poi, certo, le scene finali con i cadaverini presi in braccio dall’adulto, commuovono, fanno pensare alle tante morti innocenti di infanzie negate. Ma basta questo? Mi venivano in mente due cose: la prima, Ciprì e Maresco che dicevano che nel loro cinema non ci sarebbero mai stati bimbi, perché “viziano” lo sguardo dello spettatore, rendendolo indulgente. La seconda, uno dei primi film di Woody Allen, quando con una carrellata gli alunni innocenti della classe di Allen bambino svelano il loro futuro: «io batto sulla 42esima», «io sono tossico» e via così, detto con facette angeliche e innocenti. Posizioni estreme, che potrebbero però essere risposte a Be Legend.
Stasera torno al Macro per altri spettacoli. Ma ve li racconto domani...

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