Vito Kappa
Kahlunnia
17 Settembre Set 2013 0930 17 settembre 2013

Italia, una nazione in codice rosso

Roma. Otto e trentacinque di un martedì come tanti. Sessantaquattro persone in attesa al Cup del Policlinico Umberto I. Sei casse. Io sono uno di loro. Fuori é nuvoloso. Dentro l'aria é pesante. Vuoi l'alta concentrazione di persone, vuoi la rabbia di dover aspettare le 70 persone che ti stanno davanti. Fuori dal Cup, a boccheggiare, c'é qualche fumatore e la solita signora pronta a fare banchetto con l'anzianotto di turno. "É una vergogna", "ci dobbiamo ribellare", "i sindacati fanno schifo". Luoghi comuni in un luogo comune a tanti cittadini: servizi inefficienti e i cittadini chiacchieroni ad orologeria. Sono le 9 e zero qualcosa: é già il mio turno. Certo é passata quasi mezz'ora, ma pensavo peggio. Cassiere efficienti, bisogna ammetterlo. In 30 minuti, ogni cassiera, ha fatto pagare in media poco piú di 11 persone. Il che, per farla semplice, vuol dire che per smaltire la richiesta di ogni persona (saluti, informazioni su cosa si deve fare, ricetta, tessera sanitaria, pagamento, resto, e imprevisti) ci hanno messo 2 minuti e mezzo caduno. Dalle 8:00 alle 9 e zero qualcosa hanno fatto pagare oltre 135 persone. Brave le cassiere del Cup. Davvero: BRAVE! La loro ordinaria efficienza andrebbe premiata da Giorgio Napolitano, Enrico Letta e Beatrice Lorenzin. Tra i tecnici chiamati ai working group in tema di Sanitá ci dovrebbero essere anche loro, le cassiere del Cup. Il punto, comunque, resta un altro: un sistema del genere é inefficiente. Per tre motivi: - per pagare non si puó andare in qualsiasi Cup dell'Umberto I: bisogna andare a quello che si occupa della prestazione richiesta; - non é possibile pagare su Internet (almeno io non ho capito come fare) e per pagare - le visite non sono programmabili in modo preciso. Si viene al Policlinico con appuntamento alle 8.30; si passa mezz'ora in fila al Cup; si va al reparto; si fa un'altra coda, anche più duratura, per incontrare il medico che ti deve visitare. Non voglio entrare nel merito di come l'Umberto I organizza il lavoro. Non me la sento. Anche perché poi, scavando, verrebbero fuori le stesse cose: risorse scarse o mal impiegate; personale sottodimensionato e precario; e vattela a pesca. Il punto, per usare una metafora ospedaliera, é un altro: siamo da sempre un Paese in codice rosso. Da sempre. Da quando sono adolescente la politica si é sempre trovata ad affrontare qualche urgenza. Vita o morte. La prima emergenza che ricordo é stata l'entrata nell'Euro. Quella che mi ha più allertato é stata la recente impennata dello spread tra titoli italiani e tedeschi (e la sensazione che la sovranità nazionale fosse definitivamente morta). Quelle che reputo piú urgenti sono quelle sulla Giustizia e sul conflitto d'interessi (e Berlusconi, credetemi, é il minore tra i conflitti di interessi in Italia). Certo: creare un senso di urgenza é parte integrante della comunicazione politica. Chi avrebbe votato Grillo senza l'emergenza "casta"? E Bersani senza Berlusconi? E Berlusconi senza l'emergenza "prima casa", "imprese" e compagnia bella? Parliamoci chiaro: in Italia, la cultura del codice rosso, non é solo un trucchetto usato da politici navigati in campagna elettorale: é una metodologia scientifica di amministrazione dello Stato. Parliamoci onestamente: se ogni tanto, alcuni di noi, cercano di superare le file che si trovano davanti é perché la fiducia nel sistema é pari a zero. Se credi di essere un codice rosso fai di tutto per sopravvivere. Una parte di paese ha la ferma convinzione che nel rapporto tra cittadino e Stato l'unica relazione efficiente é quella fondata sulla propria rete personale, famigliare, lavorativa e sociale. E io non mi sento di condannare quella parte di Paese. E allora non me la prendo con chi sorpassa le file, con chi si fa raccomandare, con chi cerca di dare un senso alla miseria che offre questo paese. Me la prendo con chi tiene il Paese perennemente tra convalescenza e ricovero d'urgenza; con precisione scientifica tra codice giallo e rosso. Erano le 8:20 quando sono arrivato. Avevo appuntamento a partire dalle 8.30. Sono le 10:48 e qui c'é un po' di gente. Non so chi è in attesa per incontrare il mio stesso medico, ma ho l'impressione che anche qui, nonostante la lunga attesa, il personale sia efficiente. Sono le 10:50 e restiamo, anche oggi, tutti in attesa. Pagina Facebook: Vito Kappa twitter @vitokappa

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