Italia 2014
18 Settembre Set 2013 1011 18 settembre 2013

Prove d'orchestra con Mario Beretta

Succede, al termine della lunghissima giornata passata al Giglio per raccontare il drizzamento del Concordia, di prendere l’unico traghetto garantito per Porto Santo Stefano (sveglia alle 4.30) e di dover lavorare a Monte Sole (Bologna), nel pomeriggio. La strada passa da Siena e quando ti accorgi di essere sveglio da quasi trenta ore consecutive e di cominciare a vedere dritte tutte le curve, capisci di avere urgente bisogno di riposo. Faccio tappa al centro sportivo del Siena Calcio, allenato da Mario Beretta, un vecchio amico, un uomo raffinato e lontanissimo dall’idea –divismo e lontananza- che avvolge il mondo del pallone.

Capita di incontrarlo a mostre d’arte o in coda a presentazioni di libri, tra le birrerie del suo vecchio quartiere –Via Padova e dintorni, l’arteria multietnica di Milano che scomodò paragoni africani al Cavaliere in visita elettorale- o sopra una bici da corsa, preparando una nuova avventura dopo aver costretto amici e collaboratori a sfidare il cammino di Santiago, la Via Francigena e l’intero corso del Po, dal Monviso a Comacchio. E poi qui, nella veste più congeniale, il maestro di calcio, per l'occasione in sgargiante tenuta rossa.

Non avevo mai assistito ad un allenamento di una squadra professionistica –il Siena gioca stabilmente da anni tra serie A e serie B- e devo dire che somiglia molto più ad una prova d'orchestra che non ad una esibizione muscolare. Il Maestro dispone l'orchestra nello stadio vuoto, si provano schemi e movimenti con rigore assoluto, si simula una partita, si chiede ai singoli interpreti (sanno benissimo cosa fare, come muoversi) una aderenza assoluta al progetto.

L'allenatore ha grinta, entusiasmo, chiama tutti per nome, si incazza, ride, perdona, spiega come entrare ed uscire dalle azioni, invita a bere un goccio d'acqua dopo una serie di scatti, ordina di alzare il ritmo, di abbassarlo, di fare sempre gol -anche adesso, che non conta nulla-, e chissà dentro cosa pensa davvero.

I giocatori obbediscono, non sbuffano, corrono, faticano e ridono (dallo spogliatoio senti canti, scherzi), chiamano "mister" Beretta e i suoi collaboratori, per rispetto; cercano sempre l'allenatore per un consiglio, poi fanno tiri formidabili e altri bruttissimi, fanno giochetti col pallone indescrivibili, si chiamano sempre per soprannome: sono giovani e ricchi professionisti, educatissimi, eccellenze, aziende in movimento e se sono tristi sanno nasconderlo benissimo. I portieri dall'altra parte del campo volano con agilità impressionante da un palo all'altro e appena si annoiano chiedono all'allenatore altri tiri, altre giocate, altri tuffi.

Il divismo non passa da questo campo. Fuori non c'è nessuno ad aspettare, nel calcio di provincia succede spesso. Qui, come in un teatro, l'orchestra prova lo spartito con cura e dedizione. La giornata passa bene e certo, arriverà la domenica a raccontare storie sempre diverse: vittorie, sconfitte, pareggi che possono determinare l'umore di una settimana. Intanto, però, questa roba somiglia molto alla felicità.

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