L'Itabolario
18 Settembre Set 2013 0937 18 settembre 2013

Talk show

Nella sua intervista sul "Corriere della Sera" di questa mattina, Michele Santoro spiega che è finita l'era del reality ma non quella dei talk show, che effettivamente imperversano su tutti i canali dopo la fine delle vacanze. La ragione sarebbe questa: è tramontata l'illusione della scalata sociale, rappresentata dai vari grandi fratelli, mentre aumenta la voglia di ragionare e discutere in un'epoca di crisi e incertezze.

Poi dice un'altra cosa interessante, Santoro. Se prima il modello del talk show era la tragedia greca, con il coro sullo sfondo, ormai il talk somiglia di più all'avanspettacolo, con la partecipazione rumorosa del pubblico e del popolo in collegamento.

C'è un terzo aspetto che secondo me merita attenzione, di cui il format televisivo è in realtà lo specchio. I talk parlano sempre più di politica. Proprio nel momento della massima disaffezione dei cittadini dai rappresentanti istituzionali, non facciamo che ritrovarci ogni momento i professionisti del talk, con in testa la virago Daniela Santanché.

Come si spiega questo apparente controsenso, che ha di fatto bandito dal talk show la rappresentazione della società reale, quella fatta di lavoro, famiglia, amore, follia, crimine, marginalità, relazioni sociali e novità di costume? Come mai tutti questi fattori esistono nei talk show attuali sono in rapporto alle iniziative della politica e non in sé stessi, come per esempio ancora è nei telegiornali?

Molto semplicemente, credo che i politici da salotto televisivo abbiano scelto, o accettato, di calarsi compiutamente nella dimensione dello spettacolo. Più che spiegare ciò che fanno, interpretano un ruolo definito, spesso in contrapposizione a un altro politico/a (l'antagonista). Questa schematizzazione spettacolare consente ai talk di mantenere uno share alto, ai politici di farsi vedere, e ai cittadini di mantenere il disgusto per la politica.

Un saldo positivo per tutti, tranne che per l'Italia.

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