Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
19 Settembre Set 2013 1132 19 settembre 2013

Il teatro rischioso di Benevento

C’è un filo sottile che lega alcune delle proposte artistiche viste al Festival Cittaspettacolo di Benevento, ben diretto anche quest’anno da Giulio Baffi.
Ed è, lo dico subito, una certa sottile fascinazione per il “rischio”, per il procedere funambolico, addirittura “senza rete” delle produzioni cui abbiamo assistito nel giorno in cui siamo andati.
Sembra, insomma, che si voglia – da parte di attori, registi – scavallare sempre più il limite, andare oltre la soglia delle certezze, quasi che gli strumenti abituali non fossero sufficienti, non bastassero più, o addirittura annoiassero. Che è cosa meritevole, ovviamente: in particolare per il teatro, dove il consueto dovrebbe sempre cedere il passo all’inconsueto, all’imprevedibile, all’inafferrabile. Ma, si capirà, buttarsi oltre la siepe implica un margine d’incertezza e di imprevedibilità che può portare fino al fallimento. Non si tratta solo del “rischio d’impresa” che attiene a qualsiasi investimento aziendale: è ben altro, ovvero una attitudine all’esplorare contrade pericolose, territori (della psiche o del palco) in cui ci si può sperdere, provare il brivido della catastrofe. È intrigante, per noi spettatori, confrontarci con questa follia, con un mostrarsi senza ritegno di corpi e anime, con quell’andare al macero o al patibolo che – se va bene – si rivela momento di verità, ossia di grande teatro.
Sono rari – diceva Garboli – questi momenti di verità: quegli istanti in cui si svela l’essenza dell’uomo, la sua caducità, la sua mortalità. Ma quando accadono rendono memorabili gli spettacoli, li fanno eventi capaci di illuminare la vita di chi assiste (e di chi fa). Questa ricerca instancabile è forse l’essenza stessa del teatro: penso scaturisca dalla scontentezza, dal desiderio profondo di fare “qualcosa” che sia, appunto, significativo, di valore. Però, va detto, non accade quasi mai. Ma loro, gli attori, i teatranti, continuano instancabili a bruciarsi vivi in scena, a immolarsi per quella ricerca. Costi quel che costi, ogni volta devono reinventare qualcosa, cambiare qualcosa, cercare senza posa.

Allora, tanto per fare un esempio, si travalicano barriere, anche architettoniche, inventando spazi che attingono profondamente alla memoria collettiva. Come avviene, per il ciclo “Raccontami Benevento”, con il bravissimo Peppino Mazzotta – gesti trattenuti, quotidiani, e racconto amaramente commovente – che nei sotterranei del duomo cittadino dà voce al fotografo Pensa, morto nel feroce bombardamento della città durante la seconda guerra mondiale. È un racconto, il suo, che ricostruisce frammenti di verità, di vita, tra rimpianti e nostalgie, tra garbate invettive contro l’ottusità della violenza e struggente omaggio all’arte indelebile della fotografia.
Oppure, ma decisamente con esiti meno felici, ecco Sogno d’amore ubriaco, tentativo di riscrivere – attualizzando e semplificando – l’eterno Otello shakespeariano, ridotto all’osso di una diatriba per cinque personaggi. Bravi attori, per carità, soprattutto sul coté maschile, ma il tentativo di esasperare il tema classico si arena in una drammaturgia lasca e in una regia fin troppo fragile.
Ha invece la forza magnetica di un’aspra confessione, di un delirante sogno anarchico, di un poetico viaggio nella fantasia intima e collettiva l’originale Mangiare e bere. Letame e Morte che il regista Davie Iodice costruisce sulla pelle, sulla storia, sulla vita della coreografa e danzatrice Alessandra Fabbri. È un affondo dialettico tra un’idea di natura (o di animalità) e l’astrattezza concettuale del fare arte e teatro: nel confronto tra animale e “animale da palcoscenico” emergono contatti furiosi, legami atavici, stordenti sintonie. Pur eccessivo nel didascalismo, a volte meccanico e ridondante, soprattutto nel ritmo testo-gesto, lo spettacolo ha momenti di forte emozione: e il mettersi a nudo, metaforico e reale, della protagonista, è un’impietosa e lucida esposizione del sé che ha proprio quel sapore di rischio, di regalo al pubblico, di totale e indifesa dedizione all’altro (nella vita come nel teatro). Insomma di vita che entra, con la sua fragilità, sulla scena. Si tratta, allora, di sogni infranti e ricordi minimi, di aspirazioni liriche e fallimenti annunciati. Tra natura e cultura il divario può essere ampio, o minimo: in questo caso, nell’animalità che tutto sottende, si scopre proprio la “fragilità” umana, umanissima, come comune denominatore. Alessandra Fabbri ha dalla sua un approccio quasi naif, candido, che pure fa del suo stare in scena un’arte lieve quanto incisiva: in questo essere totalmente presente eccede, rischia di strafare (come nell’inutile coinvolgimento diretto del pubblico) eppure è vera, intensamente decisa a donare tutto di sé, travalicando ogni ritrosia.
E certo corrono rischi, quasi folli, le tre protagoniste di AREM, Agenzia Recupero Eventi Mancanti, divertente e stravagante lavoro di e con Francesca Farcomeni, Noemi Perroni e Elena Vanni (che ha anche la titolarità della compagnia) su drammaturgia di Raimondo Brandi e Elena Dragonetti. Spettacolo kamikaze: all’entrata a ogni spettatore viene richiesto di compilare un breve modulo e di scrivere l’evento della propri memoria che vorrebbe rivivere. Poi, in scena, ci sono le tre bravissime attrici che, scegliendo a caso da uno scatolone, si assumono il compito – in improvvisazione totale – di ricreare quel ricordo, quell’evento. Vi potete immaginare il margine di rischio: nel primo fogliettino estratto a Benevento, lo spettatore di turno voleva rivivere la finale per la promozione in serie B della Juve Stabia. Che fare in quei casi? Lo spettacolo, dunque, procede naturalmente a ritmo alterno: momenti di felice intuizione e belle soluzioni, altri decisamente più farraginosi, irrisolti. Ma come potrebbe essere altrimenti? Alla fine, stremate, le tre folli giungono a una fine (questa sì “strutturata”, come pochi altri momenti dello spettacolo). Il pubblico ci sta, si diverte, però che fatica! Resta il sapore di una straordinaria “incompiuta”, di una missione impossibile gestita con talento e con sorprendente incoscienza. Un darsi, ancora una volta, in pasto al pubblico “senza rete”.

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