Giovanni Fracasso
Banche, moneta, potere
20 Settembre Set 2013 0917 20 settembre 2013

La priorità è la politica industriale

Se qualcuno avesse dei dubbi sullo stato di salute dell'economia italiana ecco i nuovi dati ISTAT:

"A luglio il fatturato dell'industria, al netto della stagionalità, registra una diminuzione dello 0,8% rispetto a giugno, con variazioni negative dello 0,9% sul mercato interno e dello 0,6% su quello estero. Nella media degli ultimi tre mesi, l'indice complessivo registra un incremento dello 0,5% rispetto ai tre mesi precedenti. Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 23 contro i 22 di luglio 2012), il fatturato totale diminuisce in termini tendenziali del 3,6%, con un calo del 5,0% sul mercato interno e dello 0,8% su quello estero".

C'è solo la magra consolazione di un incremento tendenziale del fatturato nelle industrie manifatturiere (+1,7%), ma i dati dell'ISTAT non sono certo il segnale di un'economia in buona salute. Anzi testimoniano una situazione economica molto pesante.


"Soprattutto non è vero che il governo non faccia politica industriale. La fa. A beneficio delle industrie altrui".


Questo è un tweet di stamattina di Alberto Bagnai, economista e docente all'Università di Pescara. Può sembrare un giudizio molto duro, ma non è più accettabile l'immobilismo della politica italiana sulle scelte strategiche.


Come definire le "mancate scelte" su questioni economiche fondamentali? Che giudizio dare sui rinvii e sul "non prendere decisioni"? Nel Governo vi sono alcuni ministri come Zanonato che si danno da fare, scalpitano ecc. ma manca un "progetto". Manca la visione di lungo periodo. Si dirà che questo è un governo "di scopo", uno scopo molto ristretto. Ha dunque una missione limitata. Ma questo “limitatezza” stride con la drammaticità della situazione economica italiana. Il "tirare a campare" è incompatibile con un disegno di politica industriale. E' incompatibile con un progetto serio di rilancio della crescita.
C’è un dilemma amletico alla base di questo Governo, ma è un dilemma che va sciolto in fretta: è meglio tirare a campare e rischiare di morire lentamente dissanguati o è meglio reagire, provare a dare un colpo?
Ripresento un articolo pubblicato venerdì 13 settembre sulla Gazzetta di Reggio:

Sabato prossimo [14 settembre 2013] si terrà nella zona industriale di Mancasale un evento per celebrare i 60 anni dalla nascita dell’azienda Ognibene Power, fondata nel lontano 1953 da Olmes Ognibene. Negli ultimi anni vi sono stati molti “compleanni” per le aziende reggiane: nel 2010 la Comer Industries aveva festeggiato i 40 anni di attività, nel 2013 la Brevini Power Transmission, con alle spalle più di 50 anni di vita, ha inaugurato il nuovo stabilimento. Ma l’elenco può essere molto lungo. Questa è una pregiata dimostrazione della solidità delle aziende meccaniche reggiane, della loro straordinaria capacità di adattarsi nel tempo ai mutamenti e di riuscire a competere anche nei nuovi scenari complessi imposti dalla globalizzazione. Sappiamo che molte di queste aziende sono nate in uno scantinato o in una piccola officina: attorno ad un tornio e con pochi attrezzi hanno cominciato a fare pezzi per macchine agricole e trattori. Oggi sono diventate delle vere e proprie eccellenze della meccatronica, hanno produzioni complesse ed altamente specializzate, sono stabili fornitori e partner strategici di grandi multinazionali. Hanno saputo conquistare un ruolo rilevante nelle catene produttive globali. Sono divenute esse stesse delle “multinazionali tascabili”. Queste aziende rappresentano, dunque, la parte più vitale del sistema produttivo italiano, come sottolineano gli studi e le ricerche di Fulvio Coltorti e Marco Fortis.

Parliamo, inoltre, di aziende familiari e questo deve essere un ulteriore motivo di orgoglio. Per anni in certi studi internazionali la dimensione familiare veniva considerata non ottimale, quasi un retaggio del passato. Poi, anche nel mondo anglosassone, dopo la terribile con la crisi del 2008 e dopo la sbornia della finanza creativa, si è capito che le aziende familiari hanno una marcia in più, sono solide perché preservano una visione di lungo periodo.
Occorre chiedersi cosa fare per sostenere queste aziende, per sostenerne la crescita e lo sviluppo, per aiutarle anche nel passaggio generazionale. Per far sì – e va ribadito senza mezzi termini – che queste aziende rimangono con le produzioni e con la progettazione in Italia. Non si tratta di una visione anacronistica: un Paese che voglia rimanere competitivo nell’arena globale deve saper mantenere la “testa” (e possibilmente anche il “corpo”) della propria manifattura in casa. Lo hanno capito gli Stati Uniti che hanno invertito il processo di desertificazione produttiva e stanno puntando (con successo) al ritorno delle produzioni in patria: il “re-shoring” della manifattura, come affermano al MIT, è un vero punto di svolta.
La regione Emilia Romagna ha una consolidata tradizione di attenzione e di sostegno al tessuto imprenditoriale. Non è un caso che in questa regione sia assessore proprio un decano degli economisti come Patrizio Bianchi. Ma non si può lasciare sulla Regione o sugli enti locali, già fortemente provati dai tagli di bilancio degli ultimi anni, il peso di scelte strategiche di così vasta portata.

Non è il debito pubblico l’emergenza nazionale. Il debito si ripaga con la crescita. Ma per rilanciare la crescita non possiamo sognare aiuti esterni o aspettare i miracoli dall’austerity. Miracoli che, come ricorda il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, non arriveranno mai perché sono sbagliate le politiche di austerità. E’ necessario, invece, rimettere al centro del dibattito politico nazionale l’agenda economica e il tema vitale della crescita. Occorre una “cabina di regia” sulla politica industriale.
Ad inizio anno l’economista Giacomo Becattini, straordinario studioso dei distretti industriali, affermava: “Si tratta, insomma, di riprendere un discorso che è sul tavolo da tempo: la formulazione di una politica industriale che soddisfi le ambizioni delle giovani generazioni, ma che, al tempo stesso, non getti via, come una scarpa vecchia, il frutto degli sforzi delle generazioni passate. Anzi, faccia leva proprio su quei frutti, che vanno anzitutto preservati dalla minaccia di distruzione che la crisi ha portato e che può essere scongiurata solo facendo ripartire l'Italia. Perciò tornare a crescere non solo è possibile, ma è un dovere etico”.
Partendo dai frutti della generazione che ha creato il miracolo economico italiano, da quel lascito di valori profondi, occorre gettare le basi per un futuro ancora radioso della nostra industria. Per questo il sostegno al tessuto manifatturiero deve essere la vera priorità strategica del Governo italiano.


@Giov_Fracasso

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