Francesco Giubilei
Leggere è rock
24 Settembre Set 2013 1927 24 settembre 2013

L'Italia che lavora e l'Italia di Belen

Ci sono due Italie, due anime che convivono nello stesso paese, fianco a fianco ma mai, come oggi, così distanti. Separate da un modo diverso di intendere la vita, da una mentalità opposta. C'è un'Italia che lavora, fatta di persone che ogni mattina con fatica, impegno, dedizione portano avanti la propria attività, una rete di piccole imprese, negozi, attività commerciali che sono il vero fulcro del paese. A differenza di altre nazioni la nostra economia è fatta di piccoli e medi imprenditori, aziende a conduzione familiare con pochi dipendenti, un tessuto commerciale che è la vera risorsa del paese.
Nonostante la crisi, le difficoltà che, giorno dopo giorno, invece di diminuire sembrano aumentare, accavallandosi in modo drammatico, nonostante uno stato assente che, invece di incentivare e aiutare queste piccole realtà, le affossa irrimediabilmente, queste persone cercano di portare avanti la propria attività lottando con tutte le loro forze per evitare lo spettro del fallimento.
Questa Italia, fatta di milioni di persone, è il paese che amiamo. Dedito al sacrificio, al lavoro duro, ai piccoli traguardi raggiunti con dedizione, con amore verso il proprio lavoro.
C'è poi un'altra Italia cresciuta con il miraggio del successo facile, dell'escamotage per aggirare le regole, pensando che nella vita, più del sacrificio, premia la furbizia.
Una mentalità purtroppo sempre più diffusa che sta portando il paese al tracollo. Sono le stesse persone, duemila circa, che venerdì scorso si sono affollate in un paese del novarese fuori dalla villa dove è avvenuto il matrimonio tra la showgirl Belen Roudriguez e il ballerino Stefano De Martino.
Un matrimonio a cui sono state dedicate intere trasmissioni televisive, pagine sui giornali e servizi sui telegiornali nazionali. Non è colpa delle centinaia di ragazzine, appena adolescenti, che all'ingresso della villa scandivano il coro “Belen, Belen, fuori, fuori” quanto ai genitori, gli insegnanti, l'intero sistema che ha educato in questo modo migliaia di giovani italiani.
I giovani vengono spesso presi a caprio espiatorio per la situazione che viviamo, credo non ci sia nulla di più sbagliato. La stessa irresponsabilità con cui negli ultimi anni è stato governato il paese, in molti casi si è trasmessa nell'educazione delle nuove generazioni in primis nella scuola.
La mancanza di regole, di rispetto verso l'autorità (il professore), di etica, non hanno fatto altro che generare cittadini convinti che, in qualche modo, evadendo le tasse, non rispettando le leggi, ce la si possa comunque fare. Sono convinto, ogni giorno di più, che la gravità della crisi che stiamo vivendo è ben più profonda di quella che appare. È una crisi non economica ma culturale, una crisi di civilità che difficilmente potrà essere superata.
“Le colpe dei padri ricadranno sui figli” recita la Bibbia, speriamo per il bene del nostro paese che non sia così altrimenti saremo davvero perduti.

Francesco Giubilei

@francescogiub

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook