Alessandro Paris
Margini
28 Settembre Set 2013 1649 28 settembre 2013

L'amore secondo Michela Marzano

Spogliarsi di ogni segreto. Farlo, in un libro, quasi un diario en plein air. Sfidare tutte le convenzioni dell'ordine del discorso accademico, politico e letterario, giornalistico. Non meravigliarsi del fatto che gli altri, soprattutto il mercato culturale, non approvino e critichino. Sapere che da che mondo è mondo la filosofia ha sempre fatto difficoltà al pubblico. «Ma no! questa non è filosofia! si tratta dei deliri di una adolescente, oltretutto anche pretenziosa per il posto che ricopre all'interno dell'università. Assolutamente non è un libro da leggere, è quasi imbarazzante. E poi, andiamo!, In Italia non siamo abituati a queste confessioni pubbliche, a queste autobiografie narcisistiche, a questi derridismi post-moderni. Questo libro deve essere sicuramente un libro incompleto, una delusione, una pretesa assurda, un'esagerazione, un testo per ragazzini. Che cosa volete che esso abbia che fare con la filosofia, con l'accademia, con il pensiero pensoso e pensante, con il dibattito contemporaneo, tanto più che la sua autrice è una deputata. Vergogna!. Non siamo abituati, e quindi non si deve fare. E anche se si potesse fare, andiamo, non si tratta certo di una scrittrice, del livello di Calvino, di Borges, di Natalia Ginzburg...». Ecco all'incirca le cose che potrebbero venire in mente a un lettore prevenuto e saccente quando si sfoglia, si legge, magari in libreria, il libro di Michela Marzano sull'amore. Io l'ho comprato, l'ho letto, in parte ne sono rimasto deluso, ma proprio per questo, anzi nonostante questo, voglio cercare di raccomandarvelo. Credo infatti che si tratti di un libro sostanzialmente onesto e coraggioso. Chi fosse sufficientemente informato su un certo tipo di dibattito d'oltralpe, saprebbe certamente che il tema dell'autobiografia è fortemente in uso presso i filosofi francesi, a partire almeno da Rousseau che in un certo senso inaugura un nuovo genere letterario. L'autrice è da noi conosciuta per un altro testo, specificamente autobiografico, che tratta della sua patologia (superata) della anoressia mentale. Si tratta certamente di un testo (Volevo essere una farfalla) anch'esso coraggioso, e non ingenuo, proprio perché nutrito di anni di studio filosofico e di pratica psicoanalitica. E anche quest'ultimo lavoro, nonostante si presenti con le vesti dimesse di un testo adolescenziale, anzi proprio per questa ragione, sfida le convenzioni e i dispositivi tipici del filosofo accademico per sintetizzare in maniera inaudita e anche imbarazzante una spazio d'esperienza autenticamente pensosa di ciò che si attraversa e di ciò che si propone. Oggi è quanto mai attuale il tema dell'amore. Come il tema del tempo per Sant'Agostino, se ci si pensa si crede di conoscere cosa esso sia, se richiesti questo sfugge, è impossibile da spiegare. Oppure è possibile, ma valicando il territorio della poesia, della metafora, del diario intimo, della confessione in pubblico, del Twitter e dell'osceno. E proprio questo il «bel rischio» corso dalla Marzano. L'idea che esista un principe azzurro, un amore ideale, un'altra parte che completi il nostro sé, è qualcosa che tradizionalmente condiziona la nostra attesa erotico-sentimentale. È una convenzione che accompagna ogni nostro desiderare nell'ambito dell’amore, della ricerca di un partner, dell'aspirazione ad una complicità assoluta, ad una compenetrazione totale, al quadratura di un cerchio. Non si tratta soltanto dell'ideale, ma proprio della quotidiana costruzione del castello di sabbia, ricostruito con la sabbia stessa, che, dopo le sei di sera occorre lasciare incompiuta. Perché si è stati bambini e si sa che quell'ora i bambini abbandonano la spiaggia, d'estate, quando i genitori si sono stancati di guardarli giocare e sono abbastanza sicuri che ormai non potrà succedergli più nulla. Alla fine annoiati, dopo molte ore a sfogliare l'ultima rivista patinata, se sono andati chiamandoli ad alta voce. Mi piace immaginare che questo libro sia stato scritto così, dopo giornate passate a studiare, su una sedia dura, davanti al libri impolverati, con il portacenere pieni di spezzoni di sigarette iniziati o consumati del tutto. E poi un bagno in mare, e la mano che si attarda a tracciare canaletti nella sabbia. Posso pensare che questo libro abbia attraversato momenti di noia, di distrazione, prima di essere compiuto. Chi me lo farà fare? Devo comunque consegnarlo all'editore? Non so se tu abbia fatto bene, cara Michela, ma certo ormai il libro è stato affidato al pubblico, e dovrà sottostare al suo giudizio. Permettimi di esprimere alcune opinioni al riguardo. Credo tu abbia fatto un lavoro onesto, che tu ti sia esposta in prima persona di fronte agli altri, cosa che non è comune, cosa che richiede coraggio, il coraggio della verità, intesa come parresia. La tua fatica non sarà stata inutile se ognuno di noi, con la sua singolarità, avrà trovato in queste pagine un po' di rispecchiamento, anche soltanto per poco, anche soltanto nella delusione provata a distruggere a vedersi distruggere l'idealizzazione curata da tanto tempo e coccolata e ancora, forse, aspettata. L'altra metà della mela... Certo avresti potuto utilizzare l'apparato intellettuale, avresti potuto inserire delle note, dei rimandi. Ma, a parte il fatto che non c'è bisogno di ostentare sempre la propria erudizione quando si dice qualcosa di pensato, o meglio di esperito, io credo che la tua sia un'autentica opera filosofica. E non solo filosofica nel senso che si inserisce nella tradizione della filosofia di genere americana, come tu in qualche intervista hai accennato. Ma soprattutto perché è una autentica esperienza di mise en place della privacy, soggettivamente universale, esemplarmente universale. È dunque sei stata brava. Certo talora si sente che la sofferenza entra in modo talmente debordante da sembrare quasi ingenua, talora le lacrime eccessive lambiscono il margine della pagina cosi da connotarla in senso quasi puberale. Ma cosa importa, il mondo è già pieno di tante dissimulazioni pseudo-intellettuali. Cosa importa se i critici criticheranno, se i tuoi colleghi politici magari dissimulando un'invidia malcelata ti prenderanno in giro, se i filosofi ti prenderanno in giro dicendo che baratti il sapere per la fama passeggera. Cosa importa se sarà invitata soltanto il talkshow pomeridiani per casalinghe annoiate. Cosa importa se il tuo non sarà considerato un testo che faccia bella figura in una bibliografia colta. Quello che conta è che hai dato una prova di ciò che nonostante la paura, e attraverso la crisi psicologica che si percepisce chiaramente ancora non superate, è necessario oggi. E non parlo genericamente di letteratura, né di divulgazione. Parlo proprio esattamente di filosofia. La filosofia dicono sia in crisi. Qualcuno addirittura dice che ormai essa non abbia più niente da dire, se non ripetere stancamente alcune metafore letterarie e poetiche tra l'altro anche di seconda mano. Ma noi sappiamo che finché la ragione sarà applicata all'esperienza, dato che la ragione è potente ed è potenzialmente infinita , e l'esperienza non è esauribile, ci sarà sempre qualcosa da dire e da pensare. Grazie dunque. Non mi è piaciuto del tutto questo libro, un po' mi ha deluso, te lo ripeto. Ma grazie lo stesso soprattutto per il coraggio, quello che Foucault chiamava il coraggio della verità.

Ps. Ah, solo una cosa: io all'amore non credo più , anche a quello ridotto, de-idealizzato, de-romanticizzato e psicoanalizzato da te proposto. Non credo più che mi potrò innamorare come quando avevo ventisette anni. Ma cosa conta? Questa è la mia vita, non la tua. E tu parli della tua. Il limite è l'essenziale, quando, al limite, l'essenziale sembra eliminato....

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