Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
28 Settembre Set 2013 1531 28 settembre 2013

Taranto, il teatro sotto le ciminiere

Bisogna venirci, a Taranto, per provare a capire.
Per capire la contraddizione irrisolte dell’Ilva, le ciminiere che buttano fumo e polvere giorno e notte; per capire i vicoli della città vecchia, con palazzi del settecento bellissimi, fatiscenti o abbandonati. Per provare a capire l’orgoglio e il cinismo, la bellezza e la passione di questa città fatta di contrasti, di occasioni sprecate, di lotte quotidiane.
Bisogna ascoltare quelli che ci lavorano, ogni giorno, a Taranto, facendo teatro, portando cultura. Come il Crest, il centro di ricerca teatrale che da anni – è stato fondato nel 1977 – opera in città.
Prima nel cuore della Taranto vecchia, quello che altrove si chiamerebbe “centro storico”, tra vicoli appaltati allo spaccio e disagio sociale.
Ora, dal 2008, nel quartiere Tamburi, proprio in faccia all’Ilva. Il Tamburi è da un po’ di tempo sotto i riflettori: questa è la zona “rossa”, dove si respira di più l’aria che tira: ed è l’aria del centro siderurgico.
Le donne e gli uomini della compagnia Crest hanno avuto la gestione dell’Auditorium – abbandonato – di via Deledda, alla fine del quartiere Tamburi. Era un auditorium destinato alla sede dell’università: due edifici costruiti e praticamente mai usati. Di fronte, una spianata che era, o avrebbe dovuto essere, una pista di atletica. Tra le sterpaglie, la lingua di strada asfaltata porta oggi al “TaTà”, il Teatro Auditorium di Taranto, riaperto e restituito alla città. Un “teatro abitato”, come ha voluto il notevole progetto della Regione Puglia che ha saputo sfruttare al meglio i fondi strutturali europei per lanciare una serie di “residenze artistiche”. Teatri abitati, appunto, e da abitare. Da creare dal nulla e da far vivere. Clara Cottino, con il suo gruppo di appassionati, dediti, iperprofessionali collaboratori, ha rilanciato una battaglia che combatteva da anni. Non hanno perso di vista la città vecchia, anzi, ma al Tamburi hanno trovato nuove ragioni e motivazioni per fare un teatro di grande valenza artistica e sociale.
Così, forti del sostegno regionale, del circuito teatrale TPP e delle amministrazioni territoriali, quelli del Crest si sono inventati una rete, chiamata UnaNet, per consociare le varie “residenze” pugliesi (a Manfredonia, Ruvo di Puglia, Gioia del Colle, Massafra e Ceglie Messapica, con compagnia Armamaxa Teatro, Bottega degli Apocrifi, La Luna nel Letto, Teatro delle Forche, e Resextensa), mettendo assieme idee, risorse, strutture, tecnica.
Poi hanno declinato in molteplici percorsi la loro vocazione creativa, intercettando bambini e associazioni del territorio, e soprattutto cercando immediatamente un dialogo con la gente del quartiere.
Le mie parole, però, non bastano a descrivere il clima, le sensazioni, i paesaggi geografici e umani che girano attorno al “TaTà”.
Allora bisogna ascoltare i loro racconti, le loro storie, il modo in cui dicono, con dolore trattenuto, quanti amici o conoscenti hanno perso per i tumori dell’Ilva. Ascoltarli a lungo raccontare dei laboratori che fanno, dei bambini con cui lavorano. A volte è difficile credere a quelle parole, a quelle storie.
Sarebbe difficile commentare, ad esempio, la notizia che il commissario della Provincia di Taranto, Mario Tafaro, ha revocato l’ordine di trasloco di due licei (artistico e musicale) nelle aule disponibili di via Deledda, dietro il “TaTà”: la motivazione è che il prefetto non ha ritenuto opportuno mandare ogni giorno decine di studenti a scuola proprio sotto le ciminiere. La conseguenza sarebbe che anche quelli del “TaTà” sgrombrassero, lasciassero quella zona a rischio. Ma Clara Cottino, e con lei tutto il gruppo di lavoro, ha detto no: “Noi restiamo al Tamburi”. Non ci pensano nemmeno a evacuare: il Teatro resta sotto le ciminiere.
A combattere, giorno dopo giorno, per portare un po’ di cultura, un po’ di socialità e solidarietà, per dare un po’ di rinnovata speranza a una città confusa, distratta, troppo a lungo abbandonata o saccheggiata da poteri forti. Senza retorica e senza spocchia, ma anzi con grande umiltà e serietà.
Allora bisogna venirci, a Taranto per capire.
E l’occasione è stato il festival “Startup”, alla seconda edizione, con la direzione artistica del bravo Gaetano Colella. Tanti spettacoli, di giovani e giovanissimi artisti (di cui parlerò); e poi conferenze, tavole rotonde, laboratori come quello tenuto dal critico Massimo Marino per un gruppo di spettatori-critici. Una tregiorni intensa, vivace (resa ancora più piacevole dall’incredibile ospitalità), utile a avviare un confronto tra operatori “nazionali” e realtà locali. Loro, quelli del Crest, dall’Auditorium non se ne vanno: restano qua, a lavorare. E ogni sera, finito lo spettacolo, a lavare bene tutto, innaffiando tutti gli spazi esterni per togliere la "polvere". Toccherebbe a noi, a tutti e ciascuno di noi, venire a Taranto, sempre di nuovo, per provare assieme a cambiare l’aria di questa città.

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