Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
30 Settembre Set 2013 1348 30 settembre 2013

La mamma (e non solo) in scena a Taranto

Una scena di Malacrescita, di e con Mimmo Borrelli

Al festival Starup, ben organizzato dal Crest di Taranto, abbiamo avuto la possibiltà – operatori, critici, spettatori – di vedere uno spaccato certo non esaustivo, ma sicuramente indicativo di quanto accade in Italia in fatto di nuovo teatro.
Tendenze, resistenze, militanze, di una creatività che fa fatica, come il resto del paese, a reggere il passo di una crisi che da economica si sta facendo sempre più emotiva, intima, sentimentale. Una crisi che affatica e deprime, che rischia – così lunga e incerta – di incidere definitivamente nelle prospettive, nelle visioni, nelle poetiche.
Non perché il teatro “parli” solo di crisi (cosa che in scena si è fatto, e ancora peraltro si fa) ma perché gli artisti stessi, in particolare quelli giovani, sembrano sempre più spersi, sfiancati, provati da una mancanza di prospettive che segna inevitabilmente.
Insomma, sempre più il contesto determina il testo: e ora langue la voglia di reagire, di confrontarsi aspramente con le contraddizioni del reale, e ci si accartoccia nuovamente su di sé, sull’estetica come orizzonte. Rinviando, semmai, a giorni migliori la denuncia, la lotta, la rivolta. Ovvio, quella che sto facendo è una generalizzazione, un discorso che lascia il tempo che trova: non mancano eccezioni, e anzi la “militanza”, l’impegno sociale e civile (a partire dalle occupazioni) è l’altro “filone”, il contraltare, la cura all’individualismo malinconico che ci attanaglia.
Dei tanti spettacoli visti negli spazi del Teatro TaTà, allora, riportiamo però tracce, memorie, segni di fragilità, d’incompiuti, di impossibilità – prima fra tutti quella economica – a fare discorsi ampi, con un respiro altro e alto. Orizzonti ridotti, molto autarchici, o autoreferenziali: intimisti, a voler dir bene, ma a forte rischio di provincialismo.
Non è un caso, forse, che molti degli spettacoli avessero al proprio centro il racconto del rapporto dell’artista con la propria madre, reale o simbolica che fosse, propria o traslata. Un misto di omaggio e presa d’atto di una immaturità generazionale conclamata.
La “mamma”, in Italia, è un’istituzione intoccabile: ne consegue che la figura femminile viene trattata, ancora, nello stereotipo consunto di madre o puttana, di santa o dannata, di casalinga o di “rifugio”. Con questa idea di madre, allora, fanno i conti il Ligabue vibrante di Mario Perrotta, che in Un Bès affronta, in modo non del tutto risolto, l’aspra biografia del pittore, regalando momenti di certa intensità.
Altra biografia in forma narrata, tra religiosità e impegno civile, è quella che propone il gruppo Armamaxa, con la regia di Carlo Bruni: in Croce e fisarmonica, Enrico Messina, in scena con il fisarmonicista Mirko Lodedo, racconta la vicenda umana e sociale di Don Tonino Bello, prete “rivoluzionario”, troppo in fretta dimenticato e rimosso dall’establishment (e anche qui, il lavoro, ancora da assestare, insiste non poco sulla figura di Maria madre-mare).
Mimmo Borrelli, poi – anche lui in scena solo con un musicista – riduce e ricuce all’essenziale la bella tragedia “La madre, i figli so’ piezze ‘i sfaccimme”, e ne ricava “Malacrescita” (foto). Scrittura fortissima, la sua, magmatica e inquietante nella musicalità a tratti incomprensibile di un napoletano arcaico e rituale che, tra suggestioni alla Psycho, rimette in gioco la tragedia di Medea. È un gigante, in scena, Borrelli: erede forse, nella scrittura, del magistero poetico di Enzo Moscato, è sospeso tra una fisicità aspra e una candida ingenuità, travolge il pubblico, lo schiaccia in una drammaticità senza via d’uscita.
Una genealogia, una discendenza che va all’indietro di generazione in generazione, è quella narrata da Tindaro Granata in Antropolaroid, racconto pluripremiato che mette in scena, tra evocazione e imitazione, il passato dell’attore. Appesantito da un certo compiacimento (Granata è bravo, e lo sa) e da un eccesso di ammiccamenti al pubblico, lo spettacolo tocca anche temi scottanti, come la mafia e il lavoro, ma non sembra superare l’affresco oleografico, il ritratto, un po’ naif e un po’ troppo indulgente di sé.
Una nota a parte merita un altro monologo presentato in cartellone: Sette opere di misericordia e mezzo. È uno studio, una tappa di lavoro, ma già svela inusitata forza e profondità. In scena, anche autore, è Salvatore Marci, che si presenta come figura barbona, marginata e marginale, alle prese con il ricordo per frammenti, per squarci. Anche qui una figura di donna: un racconto al femminile, di una donna che si arriva a prostituirsi, svelato dapprima per suggestioni e mezze frasi, poi con una vibrante confessione, che rimanda, forse troppo, ancorché involontariamente, all’intenso teatro di Danio Manfredini.
Assieme a questo filone narrativo, si è visto a Taranto anche un altro ambito di ricerca, legato più ai codici della danza contemporanea, e dunque più astratto. Colpisce il buon lavoro fatto da Daniele Ninnarello, con le micidiali e bravissime Annamaria Ajmone e Marta Ciappina, in Rock Rose Wow. Un’ora di oscillazioni ossessive, di crescendo inesorabili, di piccoli gesti che diventano vertigini violente: tre corpi soli, mai o quasi in contatto tra loro, tre singolarità che si lasciano travolgere da impeti incontrollabili, da esplosioni subitanee di movimenti, da sequenze che diventano riti di autodistruzione quotidiana. Molto più soffusa, e fluttuante, la danza proposta da Elisa Barucchieri per ResExtensa: in Quintessenze, con altri quattro danzatori, la coreografa propone uno studio che definirei molto “lounge”, sinuoso, morbido. Da sistemare, ancora, nella parte centrale, dove le improvvisazioni rischiano di far esplodere tutto, svela comunque un approccio accattivante, ipnotizzante, sottilmente avvolgente. Bucano malamente, invece, i Pathosformel, con un lavoro ancora molto, molto, lontano dal compimento o da ogni possibile senso, e Mara Cassiani che, pur citando cinematografie d’essai e rimandi colti, non va al di là di un noioso giochino sul sistema moda, sul glamour e il video, con il “corpo perfetto” ("L'uomo perfetto", questo il titolo) idolatrato e mostrato con esiti, però, alquanto fastidiosi: un gusto un po’ destrorso, machista, privo com’è di ogni ironia (se c’era, non è arrivata), che si limita a fotografare un immaginario televisivo e patinato da cui siamo mortalmente bombardati ogni giorno. Con qualche ironia si salvano Davide Calvaresi e Giulia Capriotti, in Hand Play: giochino simpatico che, utilizzando il video e un sapiente gioco di prospettiva, mette in ballo il maschile – individuato in una mano che tutto fa – e un femminile, sullo sfondo, costretto a subire. Lavorano, i due, sul luogo comune, sulla banalità della normalità (il corteggiamento, la noia della vita di coppia, la violenza) e non ne escono, ma lo spettacolo ha dalla sua non poche trovate simpatiche.
Restano fuori, da questo racconto, Virgilio Sieni e il nuovo lavoro di Fibre Parallele. Ma l’ho già fatta troppo lunga, ve li racconto un’altra volta.

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